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Sezione storico-documentaria
La Casa Matha secondo la tradizione

Una storia millenaria

Nel filo di questa tradizione che, sotto ogni aspetto e senza il minimo dubbio critico, storicamente identifica la Casa Matha con la Scola piscatorum, si colloca, ad esempio, la conferenza – che qui sotto riproduciamo – tenuta in Venezia alla Fondazione Cini il 23 ottobre 1974 dall’allora Primo Massaro dell’Ordine Giordano Gamberini. Eccone il testo.

 

E' evidente l'importanza strategica delle lagune che per lunghi secoli protessero Ravenna. E in Ravenna protessero volta a volta Onorio, Odoacre, Teodorico, gli esarchi. Meno evidente è il dato che tali lagune, oltreché proteggerla, l'hanno, ancor più a lungo, nutrita. La pesca fu dunque per Ravenna, fino a che le lagune durarono, l'attività economica principale e costante. Principale e costante fra le corporazioni di mestiere troviamo a Ravenna la Casa Matha.

Casa Matha. Già il nome di questa antichissima corporazione provoca e giustifica un primo interrogativo. Che cosa significa? Occorre premettere che il nome Casa Matha è molto meno remoto della istituzione. Appena poco più di sette secoli or sono esso comincia a venire introdotto, e sempre più frequentemente alternato, nei nostri documenti, al più antico Scola Piscatorum. E l'epoca della sua comparsa complica le induzioni di coloro che vi hanno trovato traccia di alto tedesco attribuibile alla lunga permanenza dei goti. Vorrebbe dire, secondo questa ipotesi anacronistica, socio, compagno di lavoro. Sarebbe una contrazione di ga mazzo ossia �Kamerad�. Invece altri ipotizzano che significhi stuoia, graticcio di giunchi palustri, con cui si costruivano e si coprivano le capanne dei pescatori e si fabbricano — ancor oggi — gli sbarramenti per i bacini d'ingrasso del pesce vallivo. Quando poi il nome fu latinizzato in Domus amata, sembrò che questo amata derivasse dall'amo, uno strumento del pescatore. Il problema è tuttora aperto e c'è spazio per tutti. Non è però a causa del suo nome che l'istituzione � andata riscuotendo l'attenzione degli studiosi.

La straordinaria, inconfrontabile vitalità che ha dimostrato nell'attraversare successivamente dispensazioni civili radicalmente incompatibili l’hanno imposta all'attenzione — soprattutto — degli studiosi di storia del diritto.

Corpus, collegium, scola, universitas, ordo, ciascuno degli attributi che hanno volta a volta segnato la sua esistenza, denuncia una condizione profondamente mutata dall'appartenenza coatta (specifica dei collegia romani come dei sómata bizantini) alla ammissione libera e ambita, dalla personalità ufficiale — diremmo adesso statale — alla fratellanza di liberi artigiani, dalla dignità quasi primaria d'organo costituente del libero comune, allo stato di sodalizio protetto dai signori che si avvicendavano nel dominio della città, a quello di società civile che poté svolgere le sue assemblee solo alla presenza di un commissario di polizia, nel periodo napoleonico.

Grande è stato e rimane l'interesse degli studiosi, verso gli statuti della Casa Matha, verso gli atti dei suoi processi civili plurisecolari.

Quando, alla fine del secolo scorso, in una annosissima causa arrivata dinanzi al Consiglio di Stato, qualcuno affermò che la Casa Matha avrebbe dovuto produrre il Proprio atto costitutivo, il concittadino Luigi Rava, poi ministro della Pubblica Istruzione e sindaco di Roma, rispose obiettando che toccava al Consiglio di Stato produrre il proprio atto costitutivo alla Casa Matha, immensamente più antica e del Consiglio di Stato e dello Stato italiano e di ogni altro Stato europeo.

Ancora gli statuti del 1304 dettavano norme positive e non soltanto igieniche e deontologiche, sull'arte della pesca e sul commercio del pesce, che poteva svolgersi soltanto sotto la casa dell'Ordine. Del resto, fino alle soglie di questo secolo, non già il Comune emanava le ordinanze relative a queste attività ma il primo massaro della Casa Matha. Durante quei secoli, la Casa Matha possedeva estesissime valli, boschi, pascoli e seminativi, oltreché caseggiati urbani ed extraurbani. Essa praticò lungamente una singolare figura giuridica, che continua a richiamare l'interesse degli storici del diritto: l'enfiteusi sulle acque.

Già nell'anno 943, da Pietro, arcivescovo di Ravenna, essa assume in enfiteusi il fiume Padenna, o Badareno. Il canone relativo, fu la quarantesima parte di ogni pescata, oppure quaranta denari. Insomma, una imposta del 2,5% sull'introito lordo.

La Casa Matha riceve poi, nel 1090, da Pietro Traversari il rinnovamento� di molte valli senza canone alcuno. Questo rinnovamento� deve intendersi con tutta evidenza come rinnovamento di enfiteusi, poiché nel 1103 lo stesso Pietro Traversari insieme al fratello ed alla moglie dà in enfiteusi alla Casa Matha tutto ciò che ha nella valle Fenaria e nella valle Zusverto, con patto da rinnovarsi ogni trent’anni. Quattro anni dopo Pietro Traversari ed altri vendono alla Casa Matha quello che possiedono nelle predette valli.

Ho dato rilievo ai contratti della Casa Matha coi Traversari e non a tutti gli altri contratti di cui resta traccia e che essa stipulò con privati possidenti, perché la famiglia Traversari era andata acquisendo la signoria di Ravenna.

Il più volte citato duca Pietro I si comportava da sovrano. Con l'assistenza della Repubblica Veneta e col proprio valore ricuperava Ferrara e cresceva in potenza, ricchezza e magnificenza. Eppure, la Casa Matha non sembra proprio trattare con lui come con un sovrano, mai contratti che negozia e stipula appaiono di natura ancora, diremmo oggi, privatistica.

Soltanto nel 1290 la Casa Matha compie un atto che contiene il riconoscimento di una sovranità altrui: rivolge istanza a Stefano Colonna, proconsole e Rettore della Romagna. per avere riconosciuti i propri diritti sulle valli Zusverto e Fenaria. E nel 1294 il podestà Ubaldo Bonfaldino per riforma e volere del Consiglio Generale riconosceva all'Ordine della Casa Matha la plenam licentiam di esercitare qualunque arte sotto la propria sede. Quello che è certo è che i più antichi statuti che noi conserviamo, quelli del 1304, appartengono già ad una fase di decadenza: essi rivelano la presenza del signore della città: quella che poteva ancora essere, in termini d'oggi, la personalità internazionale, si è disintegrata nei cesarismo che va acquistando in dimensione e perdendo in confini.

Questa è dunque la collocazione della Casa Matha in una fase storica — in principio del Trecento — dove sembra albeggiare la notte dell'Itala gente dalle molte vite. E puntualmente, in questa precisa epoca, a Ravenna appunto compare il Poeta.

Guido Novello, di quella medesima dinastia polentana, vi accoglie degnamente l'Alighieri allorché questi ha concluso il soggiorno scaligero pronunciando, in S. Elena di Verona, la sua famosa Quaestio de aqua et terra.

Dante, come tutti sanno, chiuderà la sua tormentata vicenda terrena in Ravenna, al ritorno da Venezia dove ha compiuto una ambasceria al servizio di Guido Novello. Il giorno stesso della morte di Dante, si apriva in Ravenna il testamento dell'arcivescovo Rainaldo da Concorezzo, spentosi in Argenta il 18 agosto procedente. Altra figura memorabile, pur se affatto obliata. Il suo nome è legato alla vicenda dei Templari, dei quali fu giudice. Fu il primo a non usare la tortura e si conserva una lettera del papa, che fieramente di ciò lo rimproverava.

Ho detto giusto dunque, affermando che in quel tempo qualcosa aveva albeggiato.

Anzi, in quegli stessi anni, nella Francia di Filippo il Bello, in contrappeso al sovrano stanno formandosi gli Stati Generali, con la loro autorità nettamente distinta dal potere, con i rappresentanti delle comunità i quali non finiscono per identificarsi coi governanti — come è sempre accaduto e accadrà poi in Francia e dovunque — ma che restano nel loro ruolo, antitetico a chi governa. In Francia, sono le comunità che deliberano i propri tributi e che nei cahiers indicano le leggi che il governo del re dovrà promulgare.

In Italia, in quel tempo e prima e poi, l'ombra del potere oscura senza contrasti ogni autorità. Per la Casa Matha non c'è stata guerra, non c'è stata debellatio. Anzi, i signori di Ravenna, i Polentani, ambiscono essere inscritti nei ruoli della già allora antichissima corporazione. E donano alla Casa Matha un edificio fronteggiante il loro proprio palazzo, prossimo alla chiesa di S. Michele in Africisco. A questa la Casa Matha recava ogni anno un tributo di cera ed in questa chiesa faceva celebrare le messe in suffragio dei fratelli defunti. Il canone di cera fu corrisposto fino al 1736, quando fu sostituito dall'equivalente in denaro: uno scudo e ottanta baiocchi. Questo, fino al 1805. Epoca abbastanza indicativa per esimerci da ogni spiegazione.

Il palazzo attribuito ai Polentani esiste ancora. E' un piccolo, modesto albergo per turisti. Vuole la leggenda che dal balconcino di quel palazzo Francesca giovinetta abbia visto e ammirato per la prima volta Paolo Malatesta.

Di fronte al palazzo dei Polentani ed al relativo balconcino che fu — forse — così fatale per Francesca e così importante per la letteratura italiana, sorse dunque la sede della Casa Matha fino agli ultimi anni del secolo scorso. Perché, durante tutto quel tempo, pur privata di ogni partecipazione alla sovranità, la Casa Matha eserciterà il suo ruolo di corporazione disciplinando le attività di pescatore, di pescivendolo e anche di beccaio. � diventata Ordo. Sotto il loggiato della sede esistevano i banchi dove si vendeva il pesce.

A questo punto dobbiamo avvertire una domanda più che ragionevole: ma adesso, che cosa ci sta a fare la vostra corporazione? Non respingo l'ipotesi prosaica che uno dei motivi della sopravvivenza dell'istituzione sia stato l'attraversare alcuni secoli nei quali, per essere, bastava — soprattutto — avere. E dell'antico patrimonio vallivo restava, ormai bonificato, un ampio tenimento agricolo.

Restava la sede sociale, ricostruita nel 1717 dal cardinale Ulisse Gozzadini, Legato di Romagna.

Restava la pubblica funzione: amministrare il commercio del pesce nella città di Ravenna.

Restava la beneficenza, almeno importante prima dell'invenzione dello stato assistenziale, a favore dei pescatori vecchi o invalidi.

Ma le nuove idee, talvolta generose anche se capaci soltanto ad avvicendare i nuovi ai vecchi cesarismi, mal tolleravano questo masso erratico, questa entità sfuggente a qualsiasi catalogazione, questo augusto documento di common law in epoca di codici rigidi e presto anchilosati.

E cominciò l'epoca delle controversie.

Ottanta poi sessanta, poi quaranta anni or sono si tentò di forzare la Casa Matha nello status di opera pia, ed anche di cooperativa, di consorzio, più o meno impropriamente legati ad una attività economica aziendale di pesca o di istruzione professionale.

Verso il 1895 il Comune di Ravenna rivendicò di addossarsi la funzione fino allora svolta con disinteresse, senza sprechi e con soddisfazione di tutti, dalla Casa Matha. Volle costruire una pescheria e negoziò con la Casa Matha concedendole — in cambio della sede di questa — un’area destinata all'erezione di un nuovo palazzo. Inoltre, le accordò il privilegio di alcuni banchi per la vendita del pesce, da assegnare a soci pescivendoli. La pescheria comunale durò appena un quarto di secolo. Per le feste dantesche del 1921 il Comune inaugurava un nuovo mercato coperto, sulla stessa area della pescheria ma con ampio sviluppo a nord e a est. La Casa Matha nel 1919 fondò una Scuola Nautica ad indirizzo peschereccio. Fino al 1944 affluirono a questa scuola — completamente gratuita anche per i libri, la cancelleria, le uniformi — numerosi giovani attratti dalla vita di mare. Non molti i pescatori che ne uscirono, ma molti i giovani che proseguirono gli studi in istituti nautici di altre città e che, marinai o ufficiali, servirono nella marina militare. I bombardamenti e le altre calamità belliche distrussero le imbarcazioni e la sede di Porto Corsini per lo studio di attrezzature e manovre. Il mutamento dei programmi governativi e la soppressione delle scuole professionali medie inferiori impedirono la programmazione di una riapertura della scuola. Era sfuggita, dobbiamo ammetterlo, anche ai più appassionati difensori della nostra istituzione la realtà che il giudizio di valore sulla medesima era vano tentare di modificarlo accettando le regole della presente dispensazione e procurando di propiziarcele con le buone opere.

Il valore della nostra istituzione riposa proprio sulla sua atipia, sulla sua idoneità a farsi testimonio di confronto dell'etica presente, della società presente, della fenomenica presente.

A titolo indicativo, ecco l'articolo primo dello statuto della Casa Matha: “L'Ordine della Casa Matha, o Amata, conserva immutabilmente le antiche storiche sue denominazioni di Società, di Università, di Scuola dei Pescatori, o degli Uomini, della Casa Matha o Amata.

“Esso è una corporazione di pescatori e di pescivendoli, cui possono ammettersi persone non esercenti tali arti, che si impegnino a considerare perpetuo questo Sodalizio e respingano la nozione per cui lo stato (o qualunque altro istituto sia per ereditare attributi e compiti presentamente assunti dagli stati) è il solo produttore di norme.

“Fino a quando la sua attività istituzionale di corporazione resti impedita, l'Ordine della Casa Matha si limita a sostenere e a diffondere studi che interessino l'industria della pesca nonché l'abitabilità e la salubrità della plaga dove per tempo immemorabile esso operò nel suo essere di corporazione dei pescatori e dei pescivendoli, plaga nella quale è compresa la città di Ravenna.

“A questi fini, l'Ordine della Casa Matha vigila all'integrità e conservazione dei propri beni e promuove la solidale assistenza fra i suoi Soci”.

Con questo spirito, la Casa Matha pubblica da anni una serie di Quaderni, nei quali, sub specie aeternitatis, senza riguardo per interessi di alcuno — persona od ente — studiosi autorevoli trattano i problemi della difesa del suolo e delle acque, marine ed interne.

Abbiamo cominciato prima che l'ecologia fosse diventata la costosa ossessione di molti e una lucrosa professione per qualcuno e talvolta, anche di recente, il nostro studio è valso a richiamare responsabilità e a concentrare competenze.

Il presidente di questa corporazione, si chiamò, fino al 1390, Capitolare. Poi, da allora, Primo Massaro.

Fra i Primi Massari spicca — illuminante dello spirito della Casa Matha — il ricordo di Andrea Garavini. Di origini modestissime, autodidatta e ribelle alle istituzioni, uscì dal proprio nascondiglio all'arrivo dei Francesi, il 26 giugno 1796. Ma fatto che questi ebbero subito mercato delle Romagne, il 20 luglio dovette il Garavini nuovamente sparire dalla circolazione fino alla decadenza dell'armistizio, sette mesi dopo. Ricomparve, per erigere sulla piazza l'albero della libertà, il 28 febbraio 1797.

Ma ancora i Francesi ripartono per effetto dei successi di Suvarow e di Melas e Garavini deve porsi in salvo ad Ancona, presso il gen. Lemeunier, che gli affiderà la disperata missione di raggiungere Parma per richiedere aiuti all'incaricato francese. Garavini naviga nottetempo da Ancona a Primaro, riesce a sbarcare dal suo guscio di noce e raggiungere Ravenna, dove passa le consegne dell'urgente missione al fratello suo Giuseppe, meno conosciuto e meno vigilato. Intanto Andrea Garavini, tradito da un falso amico, con la polizia alle calcagna, capita nel convento dei cappuccini di dove la curia arcivescovile lo fa catturare negandogli il diritto di asilo. Che però si induce a riconoscergli di fronte alle sue sonore e circostanziate proteste. Dal rifugio conventuale Garavini fugge ancora a Bologna, di dove ritornerà insieme ai Francesi. Nel frattempo i pontifici l'avevano spogliato di ogni avere e persino degli strumenti del suo mestiere di fabbro. Il comandante delle truppe francesi gli offriva di "far passare agli altri quello che essi avevano fatto passare a lui". Ma Garavini era d'animo generoso e mai si lasciò trasportare a vendetta. Chiese un impiego e fu nominato agente dell'ospedale poi, resi all'ultimo spicciolo i conti della sua amministrazione, preferì l'incarico di �usciere�, o ufficiale giudiziario, del tribunale.

Rimase in questo ufficio durante il Regno Italico. All'epilogo del medesimo regno, alla testa di un distaccamento di cinquanta uomini e sotto gli ordini del generale murattiano, adempì con valore al compito del primo assalto contro gli Austriaci.

Finita miseramente l'avventura murattiana, Garavini emigrò in Francia, poi ritornò dandosi alla povera attività di copista (ma assurgendo anche al Consiglio Supremo della Carboneria) e fu poi eletto quartiermastro dei volontari che si batterono nel 1831 a San Leo, ad Ancona ed a Rieti. Amnistiato, nel 1848 Garavini esorta i concittadini a disseppellire le radici dell'albero della libertà piantato più di mezzo secolo prima.

Quando anche quelle speranze andarono deluse, Garavini si dedicò interamente all'Ordine della Casa Matha. Ne fu il Primo Massaro e ne rivendicò i diritti. Pure intriso fino al midollo da idee del secolo, egli fu il custode più intransigente dell'Ordine della Casa Matha e dello spirito di esso. Era destinato a spegnersi di colera, nel 1855. Vedeva, a brevissimo termine, compiersi i tempi della nascita della nazione italiana. Ma le sue idee politiche, per le quali aveva sempre pagato di persona, non influenzarono mai il suo modo di reggere la corporazione. E del resto la sua personalità, più che esposta politicamente, non gli impedì di essere eletto e rieletto molte volte a reggere il più antico e — se si vuole — il più conservatore dei sodalizi.

I consoci della Casa Matha, allora per la più gran parte papalini, lo votavano esclusivamente per la sua onestà e per il suo attaccamento alle sorti della corporazione. E, con ogni probabilità, lo votavano perché nessun socio più di lui aveva manifestato altrettanta intrepidezza nell'adempimento del proprio dovere. Perché, e forse avevo trascurato di metterlo in evidenza, il corpo del sodalizio è — da molti secoli prima della canonizzazione della Dea Uguaglianza — costituito da uomini di varia estrazione e di diversissima condizione sociale ed economica.

Uniti da uno spirito che qualche volta anche la storia patria sembra avere espresso (Cinque Giornate di Milano, ecc.) e che nel legame con la terra trova talvolta una capacità di sintesi, ma le cui scaturigini andrebbero forse cercate ancor più nel profondo: nell'immensa verità dell'apostrofe: Fratrem vidisti? Deum tuum vidisti. Procide et adora.

Non ho ancora detto che la Casa Matha in ciascuna delle sue mutazioni di ordine, corporazione, società, università, scola, collegium, soma è rimasta sempre e principalmente una fratellanza.

Solenni e circostanziatissimi sono i testi dei giuramenti che prestavano gli ufficiali ed i singoli membri. Atti di religione solenni e suggestivi segnavano l'anno sociale. Messe funebri dovevano farsi celebrare da ogni socio, in suffragio dei membri defunti.

Il fatto che ogni consuetudine religiosa sia venuta a cadere in conseguenza dei nuovi tempi non depone necessariamente sulla superfluità di tali consuetudini, ma induce a supporre, piuttosto, una indelebile e definitiva efficacia di quei comportamenti di un tempo, a segnare il carattere essenzialmente morale e irrevocabilmente spirituale di questo sodalizio fraterno.

 

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