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Sezione storico-documentaria
La Carta piscatoria

Originale: Archivio Arcivescovile di Ravenna, perg. B.363 [A]. Petizione d'enfiteusi (originale di minuta) a rinnovazione di un precedente pactum convenientie. Non � coerente l'anno di coreggenza di Lotario II, che sarebbe il 12�, non il 13�. Mancano le subscriptiones, come in isvariate altre carte indubbiamente autentiche che si conservano nell'AARa. Sul recto, nel margine superiore, in scrittura del sec. XVIII: “943.”. Sul verso, in scrittura di due mani, come pare, del sec. XIII: “Carta de piscatione in Padareno, de Pesalardo usque ad mare. Carta super piscatione Padareni”. In scrittura del sec. XVI la segnatura archivistica antica: “qq. n. 22.”. Pergamena in buono stato di conservazione con quattro piccoli fori, due dei quali in corrispondenza dello scritto. Misure: mm 296 x 594.

Rogatario � Giorgio [I della silloge Buzzi], notaio della santa chiesa ravennate.

Edizioni: MURATORI, Antiquitates, “Dissert. LXXV”, coll. 455-7; FANTUZZI, IV, pp. 174-5, n. 10; SPRETI, Notizie, pp.7-8; VESI, Documenti, pp. 189-91; MONTI, Corporazioni, I, pp. 217-19; ZACCARINI, Revisione, pp. 31-2; BENERICETTI (cur.), Carte del decimo secolo, I, pp.106-8, n.48; PIERPAOLI, Storia, pp. 261-3 (traduzione).


Cfr. CROSARA, Scole, p. 47 sgg. e BUZZI, Curia, p. 37.

Osservazioni e avvertenze di ortografia trascrittiva

 

Trascrizione di Umberto Zaccarini
 

+ In n(omine) Patris et Fil(ii) et Spir(itus) s(an)c(t)i. Anno D(e)o propitjo pontificat(us) dom(ni) Marini sum(m)i pontificis et universal(is) papae ;in apostolica sac(ratissima) beati Petri sede primo, sicque regn(ante) dom(no) Hugone piissimo rege anno septimo decimo sed et /2/ dom(no) Lothario item regem eius filio anno tercio decimo, die duodecimo m(en)sis Aprilis, ind(i)tjone prima, Rav(enne). Domino sancto et meritis beatissi(mo) atque apostolico patri patru(m) domno Petro sanctissi(mo) s(an)c(t)e catholice Rav(ennatis) /3/ eccl(esi)e archiep(iscopo), Iohannes qui v(o)c(atur) Zacula et Demetrius germ(ani), Leo qui v(o)c(atur) de Scamp(er)to, Dominicus et Ursus germ(ani), Stephanus, Dominicus de Mercuria, Honestus, Leo qui v(o)c(atur) Bonizo, alio Leo, Petrus v(e)l cunctos ‹fratres› et con/4/sortes n(ost)ros Scole piscator(u)m Patoreno, seu filiis et nepotib(us) n(ost)ris qui in ipsa scola ad pisces capiend(os) p(er)manere voluerint. Fatjlis impetrandi via est, quociens beneficia a s(an)c(t)a v(est)ra Rav(ennate) �cc1(esi)a, q(uo)d iuri eius n(on) noceat, /5/ postulari, sed id semp(er) apostolat[ui v](est)ro ordinare confidim(us) ut, facultate s(an)c(t)e cui, D(e)o ‹auctore›, presidetis ;�ccl(esi)e, v(est)ro regimini augeri possi‹t› magis qua(m) minui; et ideo, securi de benivolencia apostolatui v(est)ro, suppliciter speram(us) /6/ uti fluvio qui ditjtur Patoreno ‘extendente da locus q(ui) dicitur Pensalardo usque in mare licencia(m) habeam(us) piscand(i)’. Quas ‹predictas res› a genitorib(us) v(e)l antecessorib(us) n(ostr)is in prefata scola largitum fuit p(er) pactum convenientje statutis anteriore ab antecessorib(us) v(est)ris, enfiteuticario modo postulamus largiri, /7/ si minime cuiqua(m) per enfiteusin antea sunt largitas, v(e)l si iuste et racionabiliter a vob(is) petivim(us) et ab aliis minime detinentur. Nos qui supra Iohannes qui v(o)c(atur) Zacula et Demetrius germ(ani), Leo qui v(o)c(atur) de /8/ Scamp(er)to, Dominicus et Ursus germ(ani), Stephanus, Dominic(us) de Mercuria, Honestus, Leo qui v(o)c(atur) Bonizo, alio Leo, Petrus v(e)l cunctos fr(atre)s et consortes n(ost)ros Sclole piscator(u)m Patoreno seu filiis et nepotib(us) n(ost)ris qui in /9/ pred(i)cta scola ad pisces capiend(os) p(er)manere voluerint, donec nos divina maiestas in hac luce iuss(erit) p(er)manere, promittentes promittim(us) ut amodo in antea reddere debeam(us) parti s(an)c(t)e v(est)re Rav(ennatis) �ccl(esie) de om(n)i /10/ piscacione et capcione que in pred(i)cto Pa[to]reno ubi soliti sum(us) piscari, ad s(an)c(t)am v(est)ram Rav(ennatem) �ccl(esi)am, utilitate v(e)l v(est)ra dominatjone aut de successorib(us) v(est)ris, v(e)l eciam v(est)ros ministeriales, de om(n)i genere /11/ piscium que inibi prenderim(us) reddere debeam(us) parti quadragesime, aut pisces quadragesima(m) aut den(arios) quadragesima(m), excepto si nob(is) aut fil(iis) et nepotib(us) “n(ost)ris storione(m) aut adalu(m) in longitudine” ‘plus de quatuor pedes’ prenderimus, /12/ sine sciencia aut v(est)ra voluntate v(e)l v(est)ris nullo modo venundare debeam(us). Et si vos v(est)risq(ue) successorib(us) “de storione(m) aut” ‘adalu(m)’ scire fecerim(us), et v(est)ra voluntate non fuerit comparare sicut inter nos /13/ convenit q(uo)d iustu(m) est, licencia(m) habeam(us) venundare ubi n(ost)ra voluntas decreverit, salva iustitja dom(nica) p(er)sol(venda), sic(ut) de aliis que sup(erius) l(eguntur). Hec om(ni)a sine aliqua fraud(e) v(e)1 dolo nos cum fili(is) et nepotib(us) v(e)1 con/14/sortib(us) conservare et adimplere debeam(us); et si forsitan, q(uo)d absit, de fraude incriminati fuerim(us), d(e) om(ni)a que sup(erius) 1(eguntur) absque dilatatjone vob(is) p(er) sacram(en)tum securi facere debeam(us). Et non habeatis licencia(m) han‹c› enfi/15/teusin aut s(uprascrip)ta aqua alicui homini dare aut oponere, p(er) null(um) ingeniu(m) v(e)l argum(en)tu(m); q(uo)d si facere presumpserim(us), et ea que sup(erius) l(eguntur) n(on) adimpleverim(us), daturi erim(us) parti s(an)c(t)e v(est)re Rav(ennatis) �ccl(esie) nos n(ost)risq(ue) fil(iis) et nepotib(us) v(e)l consor/16/tib(us) Scole piscator(u)m, p(er) una(m)qua(m)q(ue) p(er)sona(m), auri unci(as) duas. Sed et post transitu(m) nostrum, quorum si‹t› quando D(omi)no placuerit, tociens d(i)cta aqua ad ius dominiu(m)q(ue) s(an)c(t)e v(est)re Rav(ennatis), cui est proprietas, revertatur eccl(esi)a. /17/ Qua(m) vero enfiteusin n(ost)re pagina(m) Georgio not(ario) s(an)c(t)e v(est)re Rav(ennatis) �ccl(esi)e scribend(am) rogavim(us), in qua nos subscripsim(us) v(e)l sign(um) s(an)c(t)e crucis fecim(us), testib(us)q(ue) a nob(is) rogitis obtulim(us) subscribenda(m), qua(m)q(ue) et in arcivo s(an)c(t)e v(est)re Rav(ennatis) eccl(esi)e /18/ pro futuris tempor(ibus) sub stipulatjone et sponsione tradedim(us) recondend(am). Sub die m(en)sis et ind(itjone) s(uprascrip)ta prima, Rav(enne).





Versione italiana di Mario Pierpaoli

���������� Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Nell’anno a Dio caro primo del pontificato del signore Marino sommo pontefice e papa universale nella sacratissima sede apostolica del beato Pietro, e cos� regnando per l’anno decimosettimo il signore Ugo piissimo re e con lui per l’anno decimoterzo il signore Lotario re figlio suo, il giorno 12 del mese di aprile, nella prima indizione, a Ravenna.

���������� Al signore santo e per i meriti beatissimo e apostolico padre dei padri, il signore Pietro santissimo arcivescovo della santa cattolica chiesa di Ravenna, Giovanni detto Zacula e Demetrio fratelli, Leone detto di Scamperto, Domenico e Orso fratelli, Stefano, Domenico di Mercuria, Onesto, Leone detto Bonizo, un altro Leone, Pietro e tutti i confratelli e consoci nostri della scola dei pescatori nel Padoreno e figli e nipoti nostri che vorranno rimanere nella scola stessa per pigliare il pesce.

���������� Facile � la strada per ottenere, ogni volta che uno chiede benefici alla santa vostra chiesa di Ravenna, ci� che non leda i suoi diritti, e questo confidiamo sempre che voglia concederlo la vostra autorit� apostolica, perch� con sacra disposizione possa rafforzarsi piuttosto che sminuirsi il governo della vostra chiesa al quale per volont� di Dio presiedete. Perci� fiduciosi nella benevolenza della vostra autorit� apostolica supplichevolmente speriamo di avere licenza di pescare nel fiume chiamato Padoreno dalla localit� chiamata Pensalardo fino al mare. Le cose predette, cio� quanto ai nostri genitori e predecessori nella suddetta scola fu dai vostri predecessori concesso per antecedente patto di convenzione per cose stabilite, noi domandiamo che a titolo di enfiteusi siano a noi concesse, sempre che a nessuno siano state prima concesse in enfiteusi e noi giusta e ragionevole richiesta abbiamo a voi presentato e da altri non siano per nulla detenute.

���������� Noi sopra scritti Giovanni detto Zacula e Demetrio fratelli, Leone detto di Scamperto, Domenico e Orso fratelli, Stefano, Domenico di Mercuria, Onesto, Leone detto Bonizo, un altro Leone, Pietro e tutti i confratelli e consoci nostri della scola dei pescatori nel Padoreno e figli e nipoti nostri che vorranno rimanere nella predetta scola per pigliare il pesce, finch� la Divina Maest� comander� che restiamo in questo mondo, solennemente promettiamo di consegnare come in precedenza alla parte della santa vostra chiesa ravennate di tutto il pescato che si ricava nel predetto Padoreno dove siamo soliti pescare, per utilit� e uso di propriet� della santa vostra chiesa ravennate e per i vostri successori e anche per i vostri ministeriali: di consegnare cio� alla parte la quadragesima in pesce o in denaro di ogni genere di pesci che l� avremo preso, eccettuato il caso che, se noi o i figli o i nostri nipoti avremo catturato uno storione oppure un l�dano di lunghezza superiore a quattro piedi, non possiamo assolutamente metterlo in vendita a vostra insaputa e senza il consenso vostro o dei successori. Se invece avremo informato voi o i vostri successori dello storione o del l�dano, e voi non vorrete comperarlo al prezzo che fra noi si convenga esser giusto, noi avremo licenza di metterlo in vendita dove la nostra volont� avr� deciso, salva la quota padronale da pagare come del resto che sopra si legge. Tutto questo senza sotterfugio o inganno dobbiamo rispettare ed eseguire noi con figli e nipoti e consoci. E se per caso (non succeda mai!) saremo accusati di imbroglio, di tutto quanto si legge sopra e senza dilazione con giuramento dobbiamo darvi garanzia. E non abbiamo licenza di cedere questa enfiteusi o la sopra scritta acqua ad altra persona o di ipotecanla, senza ricorrere ad alcun accorgimento o scusa. Se avremo presunto di farlo e di non adempiere quanto sopra si legge, noi e i nostri figli e nipoti e consoci della scola dei pescatori dovremo versare due once d’oro a persona alla parte della santa vostra chiesa di Ravenna. E inoltre dopo la nostra morte – e ci� sia quando a Dio piacer� – l’acqua tante volte detta ritorni al diritto e al dominio della santa vostra chiesa ravennate, della quale � propriet�.

���������� Abbiamo chiesto a Giorgio, notaio della santa vostra chiesa di Ravenna, di scrivere il testo della nostra enfiteusi. In esso noi abbiamo firmato oppure abbiamo tracciato il segno della Santa Croce e l’abbiamo fatto sottoscrivere da testimoni da noi convocati. Il testo l’abbiamo depositato anche nell’archivio della santa vostra chiesa ravennate a futura memoria per stipulazione e reciproca obbligazione, il giorno del mese e nell’indizione prima come sopra scritti, a Ravenna.

 





Commento di Umberto Zaccarini

a corredo della 1� edizione moderna della Carta piscatoria (1988)

La pergamena ravennate conosciuta, dal saggio omonimo di Fulvio Crosara, come Carta piscatoria � indubbiamente il pi� antico documento nel mondo occidentale che riguarda una corporazione libera di artieri – in questo caso di pescatori – precorritrice di quelle che daranno luogo al noto fenomeno delle artes nel Comune popolare dei secoli di poi. Lo stesso vocabolo scola, che nel testo compare non nel senso classico di �mbito didattico ma in quello seriore di confraternita e insieme di associazione professionale, ci riconduce a una tradizione, quanto meno terminologica, di lascito tardoantico. E perci� ci autorizza a collocare ben pi� addietro nel tempo l'origine di questa fratria e consorteria di pescatori ravennati (fratres et consortes si autodefiniscono gli estensori medesimi della nostra carta), talch� l'Hartmann ritenne di vedere in essa la continuazione di un antico collegium romano-bizantino. Il che oggi � questione del tutto pacifica fra gli studiosi.

Ma il punto di maggior rilievo per noi non � codesto. � stabilire se e in quale misura la Scola piscatorum Patoreno del 943 si ricolleghi a quella Scola piscatorum tout-court che nel 1081 compare all’improvviso quale livellaria di numerose peschiere nelle valli Zusverti e Fenaria – ossia di l� e di qua dal Po di Primaro – lontano dunque dalle acque del Badareno, oggetto della petizione primitiva. A dar forza agli indizi che della stessa corporazione deve trattarsi, va osservato che dal 962, con un rapido crescendo d'iniziative d'investimento, il Pirotolo, ossia la laguna a ridosso del Patoreno, era divenuto un centro di produzione del sale marino di rilievo economico non marginale, segnatamente dopo la distruzione di Comacchio del 932 ad opera dei Veneziani e il conseguente abbandono di quelle saline. � ragionevole, dunque, arguire che la persistenza di impianti peschieri nelle medesime acque sublitoranee ora sorgevano le saline ravennati non fosse pi� compatibile con la nuova destinazione produttiva. Di qui, l'esodo necessitato dei pescatori verso acque pi� interne, semisalmastre, e perci� non appetite dai salinari.

Formalmente, la nostra Carta � una peticio d'enfiteusi rivolta all'arcivescovo di Ravenna in quanto dominus temporale del territorio e delle acque interne gi� esarcali. L'incomputezza dell'escatocollo, ossia la carenza delle subscritiones dei petitori e dei testi di rito nonch� l’assenza del legimus dell'arcivescovo, non autorizza conclusioni di alcun genere, salvo che essa evidentemente serv� da promemoriadel rogito ad uso della cancelleria e della camera metropolitana. La cosa ha diversi altri riscontri fra le carte arcivescovili di Ravenna. In ogni caso, il documento � indubbiamente autentico. A parte le considerazioni di vario tipo gi� formulate in tal senso dal Crosara (si veda oltre, in bibliografia), � resolutivo il riscontro paleografico coi numerosi altri autografi dello stesso notaio Giorgio che si conservano tutt'ora. La sua scrittura e in particolare i suoi stilemi grafici sono inconfondibili, direi inimitabili.

La Carta giacque sepolta per quasi otto secoli in un qualche anfratto dell'archivio metropolitano di Ravenna, dal cui letargo la tolsero nel 1742 le Antiquitates del Muratori con l'esibirla a corredo documentale della dissertatio LXXV. L'anonima trascrizione qui edita presentava, per�, sia lacune del testo sia fraintendimenti del lessico che, pur senza infirmarne la comprensione essenziale, ne condizionarono la compiuta lettura, come fonte storiografica affatto unica, da parte dei non pochi studiosi delle istituzioni economiche e giuridiche del medioevo che la trattarono finora in codesta stesura. Venendo al dettaglio, lo stesso nomen iuris del petitum testuale della nostra carta, che nella versione muratoriana si legge storpiato in scriptum convenientiae (espressione destituita d'ogni valenza tecnica), assume ben altre prospettive di lettura se reso – come indubbiamente risulta dal testo – in pactum convenientie statutis, locuzione ricorrente nella diplomatica ravennate dei secoli di mezzo, da esplicitare alla luce di una �cartula pacti, conventionis donationisque� attestataci nel formulario notarile di Ravenna, alla prima met� del sec. VII, dai Papyri Italiens del Tj�der (I, P. 25, p. 380, rg. 3). La cosa, con le sue varie implicazioni d'ordine storico-giuridico, non mancher� certamente d'aver eco negli studi futuri del nostro documento.

Cade qui, infine, l'opportunit� di dare un nome all'autore materiale della trascrizione settecentesca, che sinora fu l'unica attraverso cui si conobbe dal pubblico la Carta piscatoria. Esclusi d'un subito il Muratori stesso e il sacerdote modenese Pietro Ercole Gherardi, suo fiduciario itinerante – ambedue troppo esperti diplomatisti per incepparsi dinanzi a scogli paleografici di tanto ordinaria difficolt� – il cerchio degli indizi pare stringersi intorno ai nomi dell'abate classense Pietro Canneti e del parimenti camaldolese Pier Paolo Ginanni, entrambi corrispondenti privilegiati del Vignolese per lo spoglio dei fondi ravennati.

Escluderei il Canneti, con tutta tranquillit�, del quale non si conoscono trascrizioni diplomatiche fornite al Muratori per le sue edizioni (si veda in proposito l'ottimo saggio di A. Vasina, L. A. Muratori fra erudizione locale e storia regionale…, in Lineamenti culturali dell'Emilia-Romagna, Ravenna 1978, pp. 149-93). Resta dunque, indiziatissimo da pi� elementi, il nome del Ginanni. Erudito scopritore e trascritto di fonti letterarie e narrative classensi, poi edite nei Rerum, era qui senza meno ai suoi primi cimenti con le pergamene dell'Archivio arcivescovile ravennate, che ebbe appunto incarico di risistemare dopo la morte del Canneti, avvenuta nel 1731, e che poi in gran parte regest� nel suo monumentale ms. Tabularii metropolitanae Ravennatis index alphabeticus verborum et rerum. Di lui, peraltro, � quasi certa la trascrizione di alcune altre carte nostrali, del pari incluse dal Muratori nelle Antiquitates. Circa la data del ritrovamento e della trascrizione della Carta piscatoria (sconosciuta dal Rossi e da tutta l'erudizione ravennate pre-settecentesca) s'ha da privilegiare ovviamente il lasso cronico fra il 1731 e il 1741, ossia fra l'accesso del Ginanni al fondo archivistico arcivescovile e il suo esodo da Ravenna per assumere altri incarichi di religioso.

A parte le considerazioni suddette, � noto che L. A. Muratori non ebbe mai entratura nell'Archivio metropolitano di Ravenna, e ci� ad onta delle sue reiterate richieste indirizzate sia all'arcivescovo Matteo Nicol� Farsetti, sia a procacciarsi le malleverie del caso presso di lui (cfr. A. Sorbelli, Spigolature dai carteggi di alcuni corrispondenti di L. A. Muratori, in Miscellanea di studi muratoriani, Modena 1933, pp. 194 e 215-6). Alla ricusazione per silentium delle istanze del Vignolese (di un esplicito formale rifiuto non si ha traccia) certamente non estraneo dovette essere l'assunto patronato delle rivendicazioni estensi da parte dello stesso Muratori – in funzione anticuriale e implicitamente antiravennate – nella vertenza circa la giurisdizione temporale sul territorio di Comacchio. Vertenza che, complicata dalle reciproche rivendicazioni su Argenta, avvelen� i rapporti fra la comunit� ferrarese e l'archiepiscopio ravennate per tutto l'arco del Settecento, e anche oltre.

 




Commento di Umberto Zaccarini

a corredo della 2� edizione moderna della Carta piscatoria (1993)

Undici petitori nominativamente elencati (Giovanni detto Zacula e suo fratello Demetrio, Leone di Scamperto, Domenico e suo fratello Orso, Stefano, Domenico di Mercuria, Onesto, Leone detto Bonizo, un altro Leone e Pietro) per conto anche di tutti i loro fratres et consortes della Scola dei pescatori �nel Patoreno� nonch� dei figli e nipoti i quali vorranno permanere nella stessa scola ad pisces capiendos chiedono in enfiteusi all’arcivescovo Pietro IV la licenciam piscandi nelle acque suddette a iniziare dal luogo che si dice Pensalardo sino al mare, con l’obbligo di corrispondere ai ministeriales della santa chiesa ravennate la quarantesima parte del pescato, oppure l’equivalente in denaro, e inoltre di dar prelazione all’arcivescovo di ogni storione o l�dano superiore ai quattro piedi di lunghezza che dovessero catturare. Il testo precisa che si chiede in sostanza di rinnovare la medesima largizione fatta per pactum convenientie statutis dagli arcivescovi predecessori di Pietro in favore della stessa scola, ossia in favore dei genitori e dei predecessori degli attuali richiedenti.

Questo il sunto del documento il quale da novantacinque anni a questa parte (cio� da quando Arrigo Solmi lo recuper� all’attenzione del mondo scientifico) pu� ben dirsi, con le parole di Antonio Ivan Pini, che � �uno dei documenti pi� discussi e tormentati della storiografia medievale, non solo italiana, ma europea�.

Come l’oracolo della sibilla, infatti, la sua lettura in chiave soprattutto giuridico-istituzionale deve fare i conti con le non poche ambiguit� che si contengono nel messaggio, e in questa anfibologia del testo documentario hanno perci� trovato apparente legittimo appiglio entrambe le opposte teorie della continuit� oppure della cesura fra collegia romani e corporazioni medievali che, dopo l’equilibrato compromesso della �continuit� nella trasformazione� fissato dal Leicht nel 1937, si ripresenta in forme nuove coi lavori di G. Mickwitz, P. Toubert, P. Racine e con gli ultimi saggi dell’italiano Pini il quale, peraltro, fra codesti studiosi mostra di esser quello sicuramente pi� addentro alle cose ravennati. In particolare, sia Mickwitz (1936) sia Racine (1980) non solo volsero in dubbio che la Scola piscatorum Patoreno rappresentasse la continuazione di un soma bizantino (e quindi di un corpus romano), ma pervennero radicalmente a negare che essa fosse una vera e propria corporazione di lavoratori, ravvisando invece nei petitori del 943 un mero consorzio di affittuari accomunati dall’interesse di chiedere all’arcivescovo lo sfruttamento uti singuli di certi diritti pubblici. La questione non � da poco, e di certo non � in questa sede che pu� andare risolta. Sar� il caso per� di notare che i richiedenti espressamente accampano, a sostegno della petizione, i diritti quesiti derivanti dal fatto che i genitori ovvero i predecessori loro (genitoribus vel antecessoribus nostris) erano congregati nella medesima scola. Se ne deve dunque arguire che la scola uti universitas – e non i singoli suoi associati – era sentita dai protagonisti del nostro documento come ente destinano della concessione.

E c’� anche un’altra considerazione da fare circa la natura e la presumibile durata delle precedenti concessioni di cui la scola era stata beneficiaria in almeno due altre circostanze.

Dal narrato stesso della carta apprendiamo trattarsi del rinnovo enfiteuticario modo di un precedente pactum convenientie statutis largito da almeno due arcivescovi predecessori dell’attuale. Considerato che il pactum convenientie statutis �, a Ravenna, un contratto formale di tipo locativo a tempo determinato che, fino al sec. XII, non ricorre mai – salvo rarissimi casi del tutto anomali – con vigenza inferiore ai 30 anni (il che ci riporta indietro come minimo di 60 anni) se ne evince che nell’883, al tempo dell’arcivescovo Romano, doveva essere attiva qui una Scola piscatorum ad pisces capiendos Patoreno, ossia avente per scopo sociale la cattura del pesce nel Badareno.

Di certo sorprende che i nomi dei nostri undici petitori pro se vel cunctos fratres et consortes scole non rechino accanto al nome alcun predicato di rango gerarchico associativo, e in particolare che manchi l’indicazione esplicita del capitularius della scola; ma non enfatizzerei la cosa pi� di tanto. Da uno spoglio delle carte ravennati lungo i duecento seguenti anni, su un totale di 21 documenti che riguardano petizioni locative prodotte da societ� di mestiere indubbiamente gerarchizzate nella struttura, affiorano sicuri almeno cinque altri analoghi esempi di petitori mandatari inqualificati (vedasi nota 3e di commento al testo). A codesti si aggiungono cinque casi dalla dubbia collocazione in cui, perduto l’originale, il regesto superstite del documento ignora s� i predicati di rango dei richiedenti, ma potrebbe anche essere per trascuranza corriva dell’epitomatore.

Una possibile spiegazione di tutto ci� non � tanto da vedersi nella fretta o nella sciatteria del notaio, quanto invece – a mio parere – nel fatto che i singoli membri del gruppo dirigente dovevano avvicendarsi nelle varie cariche sociali, per dettato statutario, in modo cos� rapido che sovente il rogatario era portato ad avvertir come futile l’indicazione di quello come capitularius, di quell’altro come sacellarius e di quell’altro ancora come judex o major della scola, ben sapendo che nel giro di qualche mese, o al pi� tardi di un anno, le rispettive funzioni sarebbero andate facilmente interscambiate. Al fine pratico dell’identificazione dei singoli, tanto valeva dunque descrivere il gruppo dirigente nel suo insieme, soprattutto considerato che, comunque fossero rotate le cariche, ci� sarebbe di certo avvenuto nel ristretto interno di codesto gruppo stabilmente attestatosi ormai ai vertici direttivi del sodalizio.

Dalla carta del 943, dunque, prende corpo non tanto l’immagine di un �consorzio di enfiteuti� quanto quella di un sodalizio di artieri della pesca all’interno del quale si � verificato un processo di accentramento del potere nelle mani di una �lite. Non pi� di tanto sembra lecito doversi arguire.

Gettato cos� uno sguardo retrospettivo fin dove l’esegesi documentale autorizza, viene ora di chiederci se, guardando invece in avanti, si trovi un qualunque bandolo di logica conduttrice verso quella Scola piscatorum che, nel 1081, salpa improvvisa ai nostri occhi dal mare magnum delle carte d’archivio, peraltro silenti su questa o altre scole di pescatori alla lunga dei quasi centoquaranta anni che intercorrono fra codeste due prime attestazioni.

La continuit� della denominazione autorizza da sola a presumere la continuit� dell’istituzione?

� stato in proposito rilevato che – prescindendo dal nome – fra le due scole riconoscibili nell’enfiteusi del 943 e nel livello del 1081 sussisterebbero pi� elementi differenzianti che elementi di simiglianza. In particolare risulta mutata sia l’area degli interessi peschieri sia la parte interlocutrice che subentra nel rapporto di concessione delle acque, costituita ora da latifondisti laici e non pi� dall’arcivescovo.

Considerata la complessit� del problema e – nel silenzio assoluto dei documenti – i pochi e malcerti appoggi su cui basare una qualunque valutazione obiettiva, non intendo qui impancarmi a ragionar pi� di tanto della questione. � comunque da ritenersi che, ben prima del 1081, un’attivit� industriale di pesca nel Badareno non fosse pi� compatibile con la ormai diffusa presenza di saline nel Pirotolo, varco a mare dello stesso Badareno. Di qui l’inevitabile migrazione dell’area peschiera ravennate verso le valli di Savarna, di Argenta e di Comacchio.

In ogni modo, un sia pur vago legame fra le due scole pare sussistere. Da un dato toponomastico che si contiene in una compravendita immobiliare del 1107 la Scola piscatorum risulta infatti posseditrice nelle valli Fenarie, fra Savarna e Sant’Alberto, di un �campo� vallivo denominato de Zacula che facilmente – stante la sua assoluta unicit� a Ravenna come nome proprio – si ricollega all’appellativo di quello stesso Iohannes qui vocatur Zacula menzionato per primo fra i petitori della nostra carta.

 



Osservazioni e avvertenze di ortografia trascrittiva

 

Secondo l’uso raccomandato nell’edizione delle fonti diplomatiche specificatamente altomedievale, la presente � una trascrizione �filologica evidenziata�, ossia includente la segnalazione, per il tramite di appositi segni e parentesi, dei vari interventi di normale procedura paleografica che si sono effettuati sul testo originale. Ho pertanto usato le parentesi tonde per gli scioglimenti delle abbreviazioni; le parentesi quadre per i risarcimenti di scritto perduto; le virgolette ‹basse semplici› (virgolette francesi semplici) per le integrazioni trascrittive suggerite, a seconda dei casi, o dalla sintassi grammaticale o dalla logica di formulario. Inoltre, a evitare il ricorso ad apposite note d’apparato, mi sono servito di altri simboli pi� o meno convenzionali. In particolare, ho reso fra virgolette ‘alte semplici speculari’ (virgolette inglesi semplici) le scrizioni che nella pergamena compaiono in interlineo e ho segnalato con virgolette “alte doppie speculari” (virgolette inglesi tipografiche) lo scritto che pare essere su rasura. Per ragioni tipografiche, la cediglia che figura sovente sotto la |e| iniziale delle parola eccl(esi)a, particolare vezzo scrittorio del notaio Giorgio I, � stata resa col monogramma |�|. Questo vezzo, peraltro affatto gratuito etimologicamente, lo si riscontra frequentemente anche nelle numerose altre carte che di lui ci sono pervenute, oltre che in quelle di svariati altri notai ravennati del X secolo.

Discostandomi dalla comune prassi trascrittiva ma accogliendo il suggerimento in proposito di Alessandro Pratesi, ho reso con la grafia |tj-| il caratteristico legamento corsivo che usualmente si trascrive |ci-|, il quale ricorre nel testo (e in genere nella corsiva alto-medievale) a rappresentare un fonema il cui valore di affricata sibilante sorda zi o di palatale affricata ci o di spirante-sibilante sorda si o ancora di sibilante palatale sci la linguistica storica del latino non ha al tutt’oggi adeguatamente chiarito nelle sue indubbie diverse valenze regionali. Allo stato degli studi linguistici, infatti, nessuno pu� dire con certezza se, a Ravenna, la forma dicitur e la sua variante scrittoria ditjtur non si leggessero entrambe in modo diverso da come noi oggi siamo portati rispettivamente a leggerle: non mancano infatti qui fin dal IX secolo grafie documentate del tipo licensia per licentia e insidere per incidere (cfr. AARa, perg. L.4768, r. 22 = Fantuzzi, cit., I, p. 89, n. 3).

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1a) Marini summi pontificis : papa Marino II (942-946) consacrato il 30 ottobre 942.

1b) Hugone piissimo rege : Ugo di Provenza, incoronato re d’Italia a Pavia il 6 luglio 926.

lc) Lothario item rege... anno tercio decimo : Lotario Il figlio di Ugo di Provenza. associato nel trono il 15 maggio 931. La rogazione del nostro documento cadrebbe quindi nel 12� anno di coreggenza e non nel 13�.

2a) domno Petro : Pietro IV �il Bolognese� (ma probabilmente imolese di nascita) arcivescovo di Ravenna dal 927 al 971.

3a) Iohannes qui vocatur Zacula : attrattiva la spiegazione “anatra” proposta dal Crosara (Scole, cit., 55), ma il termine � privo di riscontri nel lessico delle carte latine ravennati. Si veda il toponimo vallivo (nella valle Fenaria) �contrata de medio Zacula�. in ASRa. Corpp. Rell. Sopp., S. Maria in Porto, perg. 320.B, 1107 apr. 8 [B] (ined.). che facilmente sar� da mettere in relazione col soprannome di questo lohannes. In ogni caso il toponimo, doppiamente trattandosi di un �mbito peschiero, orienta l’etimologia verso il basso lat. jacula “rete da getto, giacchio” (Du Cange).

3b) Scamperto : nome personale, se pur di tradizione non ravennate, che qui ha da intendersi con valore di patronimico o comunque di gentilizio.

3c) de Mercuria : sar� quasi di certo un matronimico; ma non � del tutto da escludersi un nomen uxoris ridondato sul marito, come talvolta risulta esplicito nei documenti. Cfr. un Dominicus de Mercuria, probabilmente tutt’altra persona, petitore di un livello colonico del 995 ott. 26, in Storia di Rav., cit., p. 536, n. 409.

3d) Bonizo : antroponimo dal significato trasparente (Bonaccione) alquanto diffuso in area ravennate e altrove nel medioevo. Come primo nome ha dieci attestazioni, tutte del sec. X, nell’Indice prosopografico della Storia di Rav., cit.; ancor pi� numerose le sue occorrenze come soprannome.

3e) vel cunctos fratres et consortes : gli undici petitori nominativamente elencati che precedono intervengono dunque alla rogazione come rappresentanti impliciti di tutti i soci (fratres) della scola in quanto compartecipi (consortes) di quote individuali di possesso (sortes). Altri analoghi casi di petitori non introdotti da predicati di rango n� societario n� sociale ricorrono nelle seguenti carte ravennati: U. Zaccarini, Comunicazione scientifica all’Assemblea della Casa Matha del 5 marzo 1989. Il libello “ad piscandas valles” del 1081…, Ravenna 1989; ASRa. Corpp. Rell. Sopp., S. Maria in Porto, vol. 1233, quaderno sciolto s. n. [estratto di documenti dell’Arch. portuense compilato dall’abate Alessandro Ginanni, autenticato dal notaio ravennate Ramualdo Saporetti il 23 marzo 1737], p. 1, posta I, a. 1083; L. Simeoni, Un documento del 1111 di un’ignota corporazione ravennate, in �Rendiconti della R. Accademia delle scienze dell’Istituto di Bologna. Classe di scienze morali�, s. IV, VI (1942-1943), pp. 131-41, a pp. 139-40; A. Vasina, Le autonomie cittadine in Romagna, App., in Romagna medievale, Ravenna 1970, p. 207, n. 4, a. 1129 (ma int. 1128); Fantuzzi, cit.. III, p. 381, n. 136/13, a. 1129. A codesti si aggiungono i seguenti cinque casi nei quali, perduto l’originale, il regesto superstite del documento � comunque muto circa i titoli personali dei petitori: Fantuzzi, cit., III, pp. 379-80, n. 136/3, a. 1082; V. Carrari, Storia di Romagna, (esemplare in Bibl. Classense, III Sala Ricci 1.4.3), p. 112, a. 1090; Fantuzzi, III, p. 381, n. 136/II, a. 1121; ASRa, Corpp. Rell. Sopp., S. Maria in Porto, vol. 1233, fasc. s. n. [Inventarium Bonifatii Bergomatis procuratoris Portus extractuum ex instrumentis antiquissimis], c. 3r-v, n. 3, a. 1121; ibid., c. 3r-v, n. 5, a. 1135.

4a) Scole piscatorum: la Scola dei pescatori � la prima associazione di mestiere a essere documentata a Ravenna; segue nell’ordine il ricordo di una Scola negociatorum (a. 954, Storia di Rav., cit., p. 455, n. 166), di una Scola callicariorum (a. 980, ibid., p. 514, n. 340) e quindi di una Scola macellatorum (a. 1101, Manaresi, Placiti, 11/1, p. 472, n. 264).

4b) Patoreno : “nel Patoreno”, ablativo di stato in luogo non introdotto dalla preposizione in, come sovente si osserva nel latino dei notai ravennati quando l’indicazione � di tipo corografico. Il Patorenus (Badareno) era il braccio pi� meridionale del Po che, poco a monte del Pereo (Sant’Alberto), si apriva in due rami, uno dei quali sfociava direttamente in mare formando il portus qui dicitur Primarius (a. 962), mentre l’altra – il Badareno vero e proprio – perveniva sino a Ravenna e al porto suburbano di Santa Maria.

4c) seu filiis et nepotibus nostris : � la nota formula della durata trigenerazionale che contraddistingue le enfiteusi ravennati.

4d) ad pisces capiendos : � alquanto probabile che questa espressione alluda alla pesca valliva basata sulla tecnica che si dir� poi del lavoriero (piscatio cocularia nel lat. delle carte ravennati e comacchiesi) documentata a Ravenna nell’a. 971.

6a) Pensalardo : toponimo affatto sconosciuto in questa forma. Possibile anche la lettura Pensalurdo, considerando che le a della scrittura �corsiva nuova� ravennate recano l’occhiello superiormente aperto quasi alla stregua di una u. Volgarizzato Pesalardo nelle annotazione dorsali (sec. XIII) della stessa carta. In ogni caso � certamente il nome di un luogo o di una via d’acqua situata nei pressi del Pereo (Sant’Alberto).

6b) pactum convenientje statutis : � questa la denominazione di una delle tre tipologie di contratti d’usuale vestitura, caratterizzati da un formulario loro proprio, che le carte d’archivio ci documentano a Ravenna nell’alto medioevo (le altre due tipologie in questione erano il livello a 29 anni e l’enfiteusi a tre generazioni di utilisti). L’espressione – che letteralmente vuol dire “patto di convenzione per cose stabilite” e tecnicamente si traduce nell’idea di “contratto basato su patti di libera trattativa” – si riferisce a una forma di stipulazione derogante alla prassi contrattuale del livello e dell’enfiteusi per via di una qualche pattuizione anomala o inusuale in essa contenuta. La deroga senz’altro pi� frequente era quella che riguardava la durata del contratto, che nei pacta soprattutto del sec. X troviamo generalmente convenuta in 30, 40 o 60 anni.

lOa) ministeriales : funzionari laici dell’amministrazione camerale dell’arcivescovo addetti alla vigilanza sul patrimonio fondiario e all’esazione dei relativi canoni. Gerarchicamente subordinati ai maiores domnici (soprintendenti di finanza e d’annona), compaiono sullo scorcio ultimo del sec. IX menzionati accanto agli actores e ai vilici (sorta di fattori) presso i rectoria (centri di ammasso) dell’annona arcivescovile di Senigallia, Fano e Rimini. La pi� antica menzione di un ministerialis (sost.) in area ravennate (a. 891) si legge nel Breviarium ecclesiae Ravennatis (Codice Bavaro). Secoli VII-X. a cura di G. Rabotti, �ISI-FSI�, Roma 1985, App. II (C. Curradi), p. 133, n. 6.

11a) quadragesimam : quadragesima � voce edittale della fiscalit� franco-longobarda, che rappresenta un tributo del 2,5 per cento del prodotto lordo di un’industria o di un’attivit� commerciale. Era, insomma, una sorta di tassa sugli affari derivata dalla tradizione del siliquaticum teodasiano, poi recepita dai Goti e conseguentemente, come pare, dal sistema fiscale degli arcivescovi ravennati (cfr. Crosara, cit., 60). I documenti del Regnum Italiae ce la rendono con nome di �curatura�.

11a) adalum : il pi� grande degli storioni del bacino padano (cfr. attilus, Plin. NH 9,44), da riconoscersi nell’adello (Boerio; REW 766) o l�dano (Battaglia; Devoto-Oli) che ricorre latinizzato (pisces grossos scilicet storionos, percofanos et ladanos) negli Statuti veneti di Ravenna (Sella, GLE), i quali a loro volta riproducono il cap. 52 del lib. I dello Statuto ravennate di Ostasio da Polenta (1327-1346). La stessa forma adalus si legge negli statuti di Mantova (Battisti, DEI, I, 55a).

17a) Georgio notario : il ravennate Giorgio, che proveniva da un ramo cadetto della famiglia dei Duchi Maestri delle milizie (Buzzi, cit., pp. 13; 37-9), rog� presso la cancelleria arcivescovile di Ravenna per il lungo lasso che va dall’a. 935(?) al 972, scalando tutto l’iter della carriera ecclesiastica e curiale sino, infine, all’arcidiaconato della chiesa ravennate. Le carte arcivescovili lo attestano presbitero nel 950; arcidiacono, primicerio dei notai e abate di S. Stefano Giuniore nel 978; prevosto di Santa Agnese in capite porticus nel 980, anno dell’ultima sua menzione. Complessivamente risulta rogatario di 91 largizioni arcivescovili (spogli Rabotti dei notai ravennati, in AARa) e indicato come concedente in due enfiteusi private.

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