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Sezione storico-documentaria
 

La pi� cospicua, se non anche la pi� antica, attestazione dell'esistenza di un ordo Domus Mate ci viene dal capitolo 327 dello Statuto del Comune di Ravenna del sec. XIII, norma databile al pi� tardi al 1268 [1] . Fedelmente tradotta, essa dispone �che nessuna meretrice o puttana pubblica, ladro, brigante, predatore, ovvero uomo di mala fama, debba o possa stare o abitare in Ravenna, segnatamente dal fabbricato dell’ordine della Casa Mata fino alla casa di Bonaventura il Balestriere; e ci� a cagione dei cambiavalute e degli altri uomini dabbene che quivi hanno dimora.

In verit�, la prima notizia databile con data certa del nostro ordine si legge nelle pagine dell'Estimo che sta nel �Cartolare della Casa Matha di cui diremo. Da quel testo apprendiamo che nel 1254 l’ordine aveva acquistato da tale donna Maria del defunto Gotofredo la propria domus magna [2] , vale a dire l’edificio in cui si teneva il mercato giornaliero del pesce e della carne illustratoci e regolato dallo Statuto della Casa Matha del 1304, il pi� antico degli statuti a noi pervenuti [3] , ma non il primo in assoluto nella storia dell’ordine [4] .

A questo punto, per evitare di dir qui, magari in modo sommario, cose che pi� oltre si diranno in maggior dettaglio e con maggiori approfondimenti critici, diamo voce a quello degli studiosi che per primo affront� la questione dei rapporti fra Scola piscatorum e Casa Matha con metodo rigoroso, in una prospettiva storiografica decisamente nuova.

 

ANTONIO IVAN PINI

In tema di corporazioni medievali: la “Schola Piscatorum” e la “Casa Matha” di Ravenna *

 

������������ 1. Il termine schola — dal greco schol�, connesso con �chein �intrattenersi� — fu utilizzato in et� romana per indicare l'�edificium in quo conveniunt plurimi eiusdem negotii causa� (1). Pi� tardi per� — e questo particolarmente nelle terre esarcali — il termine estese la sua area semantica dal puro significato di �luogo di riunione� a quello pi� complesso di �associazione di individui aventi comuni interessi� e si parl� quindi abitualmente di schola cantorum, schola militum, schola tabellionum e cos� via. Data la sua ambiguit�, il termine si adattava poi molto bene a fungere da equivalente ai termini �societ�, �corporazione� e �confraternita� (2). Ed � proprio in quest'ultima accezione che la schola fu presa in considerazione dal Muratori, il quale, nella 75� dissertazione delle sue Antiquitates, dove si parla appunto delle confraternite laiche e delle loro origini medievali, trov� modo non solo di far notare l'equivalenza di schola con ordo e corpus, ma anche di pubblicare per la prima volta in assoluto un documento ravennate dell'anno 943 dove si parlava esplicitamente di una Schola piscatorum in fluvio Patoreno (3).

������������ Ma cos'era effettivamente questa Schola piscatorum? Il Muratori prudentemente non si esprime in merito, ma il suo silenzio lascia molti margini di ambiguit� quando si consideri che il documento del 943 � inserito fra l'esempio di una schola peregrinorum, documentata a Roma nell'anno 800, e quello della celebre schola cantorum, di cui parla il rituale pontificale di Cencio Camerario, e comunque in un discorso pi� generale tutto incentrato sulle confraternite medievali. Ma se l'intenzione del Muratori fosse mai stata quella di interpretare la Schola piscatorum ravennate alla stregua di una confraternita laica costituitasi sotto l'impulso di concreti interessi economico-professionali (in realt� istituzione �ambigua� che aveva peraltro precedenti illustri nei collegia tenuiorum della prima et� imperiale e che molti ne avr� anche in piena et� medievale), dobbiamo subito dire che l'illustre storico era completamente fuori strada in quanto, come ha gi� ben sottolineato il Monti, non vi � proprio nulla nel documento ravennate in questione (accenno a pratiche devozionali comuni o anche solo un generico richiamo religioso) che possa far pensare ad una confraternita (4).

������������ Ambiguo gi� in partenza il termine schola, ambigua, come vedremo meglio in seguito, anche la natura associativa della Schola piscatorum ravennate del X secolo, c'erano tutti gli ingredienti perch� la �carta piscatoria� del 943 — come sar� spesso definita — diventasse uno dei documenti pi� discussi e tormentati della storiografia medievale, non solo italiana, ma europea (5). Per intendere appieno lo straordinario successo storiografico che ebbe il modesto documento che il Muratori aveva tratto dall'Archivio arcivescovile di Ravenna per pubblicarlo, tra centinaia di altri, nelle sue Antiquitates, occorre soffermarsi per un attimo sui caratteri peculiari della storiografia italiana ed europea dall'et� romantica alla Seconda guerra mondiale (6). La storiografia romantica ottocentesca aveva portato prepotentemente in primo piano il problema del formarsi delle nazioni e quindi il tema cruciale del contrasto etnico tra i vinti romani e i germani invasori. Qual era stata la sorte dei vinti? Cos'era sopravvissuto della civilt� e delle istituzioni romane? Quale travaglio effettivo avevano subito le citt� e pi� in generale quell'urbanesimo che aveva cos� robustamente innervato l'Italia antica prima dell'arrivo dei Longobardi? C'erano state differenze sostanziali tra l'Italia �bizantina� e l'Italia �longobarda� prima della generale ripresa verificatasi dopo il Mille? (7)

������������ La querelle storiografica, a respiro europeo, che si trascin� per tutto l'Ottocento tese, verso la fine del secolo, ad abbandonare, anche in Italia, la tematica nazionalistica incentrata sull' antitesi �germanesimo-romanit� per concentrarsi invece sulla realt� economica medievale e sui conflitti sociali ai quali i contrasti interetnici avevano peraltro fatto da sfondo (8). Fonti privilegiate per questo tipo di studio divennero allora le fonti giuridiche e all'avanguardia della ricerca si posero, com � ovvio, gli storici del diritto. Nacque cos� una vivace e proficua stagione storiografica che va sotto il nome di �scuola economico-giuridica�, la quale pose al centro della discussione il problema della continuit� o della discontinuit� che ci sarebbe stata fra le gloriose istituzioni della civilt� comunale (lo spirito nazionalistico non si era certo del tutto placato) e quelle dell'antichit� romana. Entro tale problematica acquisiva poi un ruolo di grandissima rilevanza proprio la questione delle origini delle corporazioni di et� comunale, o meglio della loro continuit� o meno dai collegia di et� romana (9).

������������ Dopo vari studi parziali dal sapore ancora filologico ed erudito (si pensi solo ai vari studi del Monticolo sulle arti veneziane), venne, nel 1898, ad accendere una polemica che si sarebbe di fatto esaurita solo un cinquantennio dopo con la caduta del fascismo e dei miti che questo aveva alimentato (tra i quali appunto quello del �corporativismo�), lo studio complessivo di Arrigo Solmi su Le associazioni in Italia avanti le origini del Comune. In tale opera il Solmi negava recisamente che vi fosse stato qualsiasi tipo di continuit� tra i collegia di et� tardo-romana e le arti di et� comunale; e questo non solo nella cosiddetta Italia �longobarda�, dove non si trovavano le pur minime tracce di associazioni corporative, ma anche nell'Italia �bizantina�, dove pure erano documentate nel X secolo (e dunque gi� almeno tre-quattro secoli dopo le ultime testimonianze certe di antichi collegia romani) delle associazioni di artigiani, dette �scholae�, peraltro limitate a Ravenna e a Roma e senza un sicuro rapporto di continuit� neppure con le corporazioni comunali del XII secolo (10).

������������ All'opera del Solmi segu� un nugolo di ampie e articolate recensioni per lo pi� negative ed in difesa della �continuit�. Fra queste si segnalavano quelle del Calisse, del Besta, dell'Arias e del Tamassia (11). Ed � proprio quest'ultima che ha per noi qui una particolare importanza perch� � la prima che si concentra, per dimostrare la continuit�, proprio sulle scholae ravennati ed in particolare sulla Schola piscatorum, la quale, gi� esistente da tempo nel 943, era poi proseguita anche nei secoli successivi, assumendo nel corso del XIII secolo il nome di Casa Matha per giungere intatta sino ai nostri giorni (12)

������������ Non staremo, a questo punto, a ripercorrere tutte le successive tappe della polemica tra i sostenitori della continuit� o della non-continuit� delle arti medievali dai collegia tardo-imperiali (13). Ricorderemo soltanto come in tale polemica si inserissero a pi� riprese anche autorevoli storici d'Oltralpe e come la tesi dei �non-continuisti� apparisse di fatto quella vincente dopo la feroce e dettagliatissima stroncatura che Gioacchino Volpe aveva fatto ad un libro �continuista� dell'Arias uscito nel 1905 (14). Ma fu a sua volta la tesi della �non-continuit� ad essere abbandonata quasi da tutti (compreso lo stesso Solmi!) dopo che nel 1914 il Soriga aveva scoperto il testo delle Honorantie civitatis Papie, testo che documentava l'esistenza, sempre nel X secolo, di associazioni professionali, dette ministeria, anche a Pavia e dunque nell'Italia �longobarda� (15). La polemica — che ebbe momenti ancora vivacissimi in un dibattito svoltosi all'Accademia dei Lincei nel 1936 (16) — si stemper� infine con l'uscita di un volumetto di Pier Silverio Leicht che nel 1937 risistemava adeguatamente tutta la materia (almeno in senso giuridico) proponendo la tesi di una �continuit� nella trasformazione� (17).

������������ Quasi del tutto abbandonato per circa un quarantennio, il problema delle corporazioni sembra stia ora ritrovando qualche spiraglio di interesse nella medievistica italiana, anche se affrontato ora non pi� con ottica prevalentemente giuridica, ma in prospettiva pi� decisamente politica ed economicosociale e con metodologie di ricerca indubbiamente pi� evolute (18). Messo da parte, anche se tuttora non risolto, il problema delle origini — certamente importante, ma sicuramente dilatato oltre misura dalla storiografia corporativa tradizionale — ci� che pare ora pi� interessare gli storici � lumeggiare la storia evolutiva delle corporazioni giustamente considerate �quale elemento tra i pi� fortemente caratteristici della civilt� medievale (soprattutto italiana, ma non solo; soprattutto urbana, ma non solo)� (19). Di questo nuovo interesse generale, due sembrano poi le tendenze pi� specifiche: una che intende rivalutare lo studio delle corporazioni come struttura organizzativa del mondo del lavoro medievale (20) e l'altra che, partendo da interessi pi� squisitamente politico-istituzionali, richiama l'interesse sulle corporazioni �come uno degli snodi fondamentali del rapporto fra societ� e potere in et� comunale� (21).

������������ Un caso indubbiamente interessante per tentare di illuminare meglio i rapporti esistenti tra le associazioni corporative e le istituzioni comunali nelle loro fasi di crescita e di maturazione pu� inaspettatamente essere proprio quello ravennate. �Bisogna imitare i costruttori di gallerie — scriveva giustamente l'Hartmann, riprendendo un concetto del grande Mommsen — quando si vuole illustrare i punti intermedi ed oscuri fra il presente e il passato: muovere da punti opposti, perdonarsi le reciproche deviazioni e rallegrarsi quando ci si incontra� (22). Ebbene, per Ravenna tutti hanno sempre imboccato il lato della galleria che si apre all'anno 943 per tentare di scavare poi faticosamente un cunicolo verso l'et� antica. Nessuno si � invece preoccupato di scavare in direzione opposta e cio� verso l'et� comunale, dando sempre ostinatamente per scontato che in questa direzione gi� esistesse un comodo passaggio che conduceva direttamente alla Casa Matha e quindi in piena et� comunale e poi signorile. Ma una volta imboccata questa direzione tradizionalmente �contro mano�, ci si accorge ben presto che non solo la segnaletica si fa pi� complessa (accanto al vecchio termine di schola si affianca per poi generalizzarsi quello di ordo) ma che il vecchio tracciato, una volta uscito dal tunnel, va a puntare diritto su quel �luogo classico d'incontro� che � la nascita del comune, per ritrovarsi poi in quasi tutti i crocevia pi� importanti della storia politica, oltre che sociale ed economica, della citt� di Ravenna. E alla fine si potr� anche constatare con sorpresa che l� dove tutti davano come esistente un solo tracciato viario collegante direttamente la Schola piscatorum del 943 con la Casa Matha di met� '200, sono perfettamente individuabili ben quattro (e a tratti anche cinque) percorsi diversi tra di loro, anche se a volte con qualche punto di contatto, com'� nella logica, del resto, del sistema tutto medievale del �fascio di strade� (23).

 

������������ 2. Il problema che qui si intende affrontare non � tanto, come si � gi� ben capito, quello tradizionale dei rapporti di continuit� o discontinuit� tra le scholae altomedievali ravennati e i collegia tardoromani (24) o i s�mata bizantini (25), ma piuttosto quello dell'evoluzione di una di queste scholae dall'et� altomedievale all'et� comunale e signorile. Messa in altri termini la questione che ci porremo � se sia veramente esistita una continuit� tra la Schola piscatorum documentata alla met� del X secolo e la Domus Matha che fa la sua comparsa soltanto alla met� del XIII secolo (26).

������������ Per iniziare a rispondere a questa domanda occorre partire ovviamente, ancora una volta, dalla �carta piscatoria� del 12 aprile 943. Essa si presenta con i caratteri esteriori di un vero e proprio contratto di enfiteusi, o per essere pi� esatti della richiesta di un rinnovo di enfiteusi. In essa 11 individui (Giovanni detto Zacula e Demetrio fratelli, Leone detto di Scamperto, Domenico e Orso fratelli, Stefano, Domenico di Mercuria, Onesto, Leone detto Bonizo, un altro Leone e Pietro), a nome anche di tutti i loro fratres et consortes Scole piscatorum Patoreno, chiedono all'arcivescovo Pietro il rinnovo di quanto �a genitoribus ve1 antecessoribus nostris in prefata Scola largitum fuit�, e cio� di poter pescare �in fluvio qui dicitur Patoreno� dalla localit� detta Pensalurdo fino al mare. In cambio essi promettono di versare alla Chiesa ravennate il canone di un quarantesimo di ogni pescata (cio� il 2,5%) e di offrire in prelazione alla mensa arcivescovile gli storioni o l�dani superiori ai quattro piedi eventualmente pescati (27).

������������ Cosa fosse in effetti la Schola piscatorum Patoreni del 943 ce lo chiarisce forse meglio un atto di livello, posteriore di appena un trentennio, di cui gli storici hanno tenuto ben poco conto (28). Vi si vede infatti l'arcivescovo Onesto concedere, in data 15 gennaio 977, a livello ventinovennale a 9 individui e ai rispettivi figli ed eredi la �valle piscatoria� detta Augusta, situata in territorio comacchiese, per un canone annuo di 20 denari d'argento (29). Malgrado qui non si parli esplicitamente di una schola piscatorum e malgrado altre differenze (la concessione � un livello e non un'enfiteusi, il canone � in danaro e non in natura) la sostanza sembra restare la stessa. L'arcivescovo, proprietario a quei tempi di immensi patrimoni fondiari non solo nel Ravennate ma in tutto il territorio ex-esarcale (30), concede a consorzi appositamente costituiti di fratres et consortes (questa la formula usata anche nel documento del 977) porzioni ben precisate del suo patrimonio vallivo (il fiume Badareno, estremo ramo meridionale del Po, nell'enfiteusi del 943, la piscaria Augusta nel livello del 977) con i diritti di sfruttamento della pesca, od anche — come nell'atto di livello — di caccia e di uccellagione.

������������ Si pu� dunque supporre, anche se non ne resta esplicita documentazione, che nel X secolo esistessero gi� da tempo o si formassero nel Ravennate diverse scholae piscatorum, non diversamente da quanto avveniva a Roma dove il documento del 1030 che ci documenta la nascita di una Schola ortolanorum accenna anche esplicitamente all'esistenza di altre consimii e contemporanee associazioni di ortolani nella stessa citt� (31). Se ne potrebbe allora concludere che il termine schola era usato nel X secolo nei territori ex-bizantini col significato generico di �associazione� o �societ� o �consorzio� e non in quello pi� pregnante di �corporazione�, la quale presuppone non solo una precisa e gerarchica strutturazione interna (con ufficiali, norme vincolanti, tasse di entratura, ecc.) ma anche un monopolio (almeno potenziale o presunto) nell'esercizio della professione (32). Ma anche tali conclusioni non possono essere ritenute, a loro volta, definitive quando si consideri che nella stessa Ravenna risultano documentate anche una Schola negotiatorum ed una Schola macellatorum con a capo un proprio capitularius, documentate rispettivamente nel 954 e nel 1001 (33).

������������ Ma lasciando ora da parte il significato preciso, o i significati, che assume il termine scholanella Ravenna del X secolo, proseguiamo con la nostra indagine sulla Schola piscatorum. Il secondo documento, dopo quello del 943, in cui essa appare attestata � un atto di livello ventinovennale rinnovabile del 16 febbraio 1081, essendo infatti il documento del 7 aprile 1034, tale considerato dal Fantuzzi, dallo Spreti e dal Crosara (34), in effetti databile esattamente ad un secolo dopo, e cio� al 1134 (35).

������������ Nel documento del 1081 i fratelli Ungano e Brando, con le mogli Tutto-bene e Belinda, Signorello di Ubaldo, con la moglie Imilda, e Liucio di Enrico, con la moglie Aica, concedono a livello a Guido Tosco, Pietro di Gontardo e Andrea di Giovanni di Giorgio — i quali agiscono anche a nome di molti altri confratres, tra i quali 8 espressamente nominati (Pietro di Tedelinda, Giovanni di Pardo, Domenico Sturnio, Giovanni di Luciano, Domenico di Luciano, Spanco, Giacomo e Giovanni Piscula) — tutti i diritti e le res che essi rispettivamente detengono avendoli a loro volta comperati da Duizo e Riminaldo fratelli e figli della fu Imilla, nelle valli Zusverti e Fenaria, le quali hanno come confini la prima il Po, l'isola del Pereo, Bandusolo, l'argine di San Longino e la Mersiza, e la seconda il Po, Caldirolo, il �corio� (cio� la �striscia di terra�) di Viliga (in documenti successivi la Petrosa sino al Santerno) e la localit� di Stafilio (in documenti successivi l'argine di San Pietro in Armentario). Il canone annuo � fissato in 300 pesci �capitanei� (cio� �grossi�) da consegnarsi parte alla quaresima di San Martino e parte alla quaresima maggiore. Quattro dei consoci dovranno poi �far corte� (presentarsi cio� vestiti a festa) alla casa dei concedenti il mattino dei giorni di Natale e di Pasqua. Il calciarius � fissato in una pelle da collo del valore di 18 lire di denari veneziani (36)

������������ Tra il primo e il secondo documento in cui appare una Schola piscatorum trascorrono dunque ben 140 anni. Sarebbero in ogni caso molti (tenuto anche conto della ricchezza documentaria degli archivi ecclesiastici ravennati per questo periodo) per poter ipotizzare con sicurezza un'identit� tra le due istituzioni. Ma tale identit� ci pare poi del tutto da escludere se si tien conto, cosa che sinora non � stata fatta, di alcune differenze significative.

������������ La prima differenza pu� desumersi dal nome dei confratres. Pur nelle larghe incertezze che possono derivare da un sistema cognominale a quei tempi ancora confuso e imprecisato, non c'� assolutamente alcun indizio, anche minimo, che possa collegare i soci della Schola piscatorum Patoreno del 943 con quelli della Schola piscatorum Ravenne del 1081. La seconda differenza sta nella zona di sfruttamento ittico che nel primo caso � il fiume Badareno e nel secondo le valli Zusverti e Fenaria (37). La terza, e pi� importante, differenza sta nella diversit� dei proprietari dei beni concessi in sfruttamento. Nel primo caso (il fiume Badareno) proprietario risulta l'arcivescovo (e lo era in quanto detentore dei diritti pubblici ed essendo i fiumi navigabili, com'� noto, una regalia (38), cio� un diritto pubblico!), mentre nel secondo (le valli Zusverti e Fenaria, che saranno poi sempre, in seguito, la zona operativa della Schola piscatorum de Ravenna) i proprietari sono dei laici, ed esclusivamente dei laici. Tali sono infatti i fratelli Ungano e Brando, Signorello di Ubaldo e Liucio di Enrico, ricordati nel 1081, ma cos� pure il Giovanni di Carbone attestato nel livello del 1082, il Giovanni di Adalberto che risulta possedere 1/8 di dette valli nell'enfiteusi del 1083, il conte imolese Guido detto Arardo, che concede l'enfiteusi del 1100, ed infine Pietro di Rustico Traversari, che d� a livello alla Schola la sua quota di valli nel 1103 (39). Il primo ente ecclesiastico che figura proprietario nelle valli Zusverti e Fenaria � la canonica di Santa Maria in Porto, che risulta possedere nel 1164 un sedicesimo di tali valli, ma solo in quanto coerede di quel Giovanni di Adalberto che abbiamo ricordato sopra (40). Da documenti succesivi, in cui i Traversari e i conti di Bagnacavallo fanno espressamente risalire la loro propriet� sulle valli in questione a Pietro Duca e a Tassione, e dunque presumibilmente alla seconda met� del X secolo, si pu� anche supporre che la propriet� �laica� delle valli Zusverti e Fenaria dipendesse dal fatto che esse erano state in origine terre del demanio bizantino (41).

������������ Ma c'� un'ultima, sostanziale, differenza tra la Schola piscatorum del 943 e quella del 1081 che qui merita di essere sottolineata. Nel primo caso i confratres appaiono nulla pi� che i membri di un consorzio di enfiteuti avente per scopo lo sfruttamento delle acque da pesca; nel secondo essi sono invece chiaramente i membri di una vera e propria associazione corporativa che si struttura in un ben definito organigramma societario, cosa che presuppone non solo l'esistenza di regole ben precise (di comportamento, di subentro, ecc.), ma forse addirittura di norme scritte.

������������ Tutto questo appare gi� intuibile nel documento del 1081 dove ai petitores (probabilmente gli ufficiali pro tempore della corporazione) si affiancano i nomi di 8 confratres (presumibilmente i membri del consiglio) nel prendere impegni precisi pro cunctis confratribus. Ma la situazione risulta poi del tutto chiara nel successivo atto di enfiteusi del 14 marzo 1100, in cui figurano quali petitores, a nome della Schola piscatorum de civitate Ravenne, Pietro di Tedelinda primicerius, Pietro di Luciano vicarius, Pietro dell'Agata sacellarius e Pietro di Gontardo (lo stesso che appariva anche nell'atto del 1081) capitularius: che sono poi le stesse cariche sociali che si ritroveranno nei decenni e nei secoli successivi (42).

������������ Accertata, dunque, la non-continuit� tra la Schola piscatorum Patoreno del 943 (cooperativa o consorzio a base famigliare ed ereditaria di enfiteuti pescatori) e la Schola piscatorum de Ravenna del 1081 (corporazione che accoglie tra i suoi soci non solo pescatori ma presumibilmente anche salatori e mercanti di pesce, e forsanche — stando ad un interessante atto di concessione rilasciato nel 1128 dall'arcivescovo Gualtiero (43) ad alcuni piscatores cesenati — mercanti tout court), � ora pi� facile comprendere gli stretti rapporti che questa seconda schola ebbe con la famiglia �capitaneale� dei Traversari ed anche il ruolo niente affatto marginale che essa gioc� nella nascita e nel progressivo affermarsi del comune di Ravenna.

������������ Il comune di Ravenna — istituzione sino ad oggi ben poco conosciuta (44) — risulta gi� chiaramente formato nel febbraio 1109 quando nell'atto di vendita di una salina di Cervia compaiono tra i testimoni due capitanei e cinque consules cittadini (45).

������������ Anche la nascita del comune di Ravenna s'inquadra nel clima politico pi� generale di profonda crisi istituzionale che interess� tutte le citt� del Regnum italico nell'et� della cosiddetta Lotta per le investiture. Per Ravenna c'erano, se mai, motivi di dissenso ancora pi� profondi che in altre citt�. Qui aveva tenuto per quasi un trentennio la cattedra arcivescovile quel Guiberto da Parma che un concilio scismatico di vescovi filoimperiali aveva eletto il 25 giugno 1080 a Bressanone come papa col nome di Clemente III (46).

������������ Questi aveva seguito lo scomunicato Enrico IV a Roma e dopo tre anni di assedio della citt� aveva costretto Gregorio VII a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo potendo cos� essere solennemente intronizzato ed incoronare a sua volta Enrico IV imperatore il 31 marzo 1084. La situazione politica si era comunque ben presto capovolta, dapprima per l'intervento armato dei Normanni a Roma in appoggio ai �gregoriani� ed in seguito per l'elezione a papa di quell'Urbano Il che era riuscito a catalizzare sulla sua persona il generale consenso europeo dopo aver bandito nel novembre 1095 a Clermont Ferrand la prima crociata (47).

������������ La morte di Guiberto nel 1100 segn� l'inizio di una crisi profondissima per la sede metropolitica di Ravenna e di conseguenza per la citt� di cui l'arcivescovo aveva ottenuto i poteri comitali dall'imperatore Ottone III nell'anno 999. Il successore di Guiberto, il germanico Ottone imposto da Enrico IV, incontr� subito l'ostilit� del clero e dell'aristocrazia locale e fu considerato poco pi� che un intruso. Di questo momento di crisi della cattedra di Sant’Apollinare approfitt� impietosamente il nuovo papa Pasquale Il, il quale, riunito un concilio a Guastalla il 22 ottobre 1106, fece approvare un drastico provvedimento che toglieva alla giurisdizione ecclesiastica metropolitica di Ravenna tutte le diocesi dell'Emilia da Piacenza a Bologna (48).

������������ Fu probabilmente in questo clima di brusco ridimensionamento dell'autorit� arcivescovile che a Ravenna si avvertirono tutti i pericoli che potevano derivare dalla nuova situazione che sembrava fatta apposta per alimentare, sotto il pretesto del dissenso religioso, i fermenti autonomistici che animavano ormai anche tutte le citt� della Romagna e soprattutto le terre poste direttamente sotto la giurisdizione �ravennate� dell'arcivescovo. La nobilt� ravenna-te scelse allora di far quadrato attorno al proprio, se pur delegittimato, presule, identificando in questi, e non a torto, i propri interessi, costringendo peraltro quest'ultimo alla cogestione del potere. L'operazione non sarebbe per� riuscita se si fosse lasciato spazio al dissenso interno e al malcontento di quei ceti intermedi desiderosi, a loro volta, di ritagliarsi un proprio spazio, pi� o meno ampio, di affermazione, in un contesto politico generale talmente mosso da favorire ogni tipo di aspirazione (49).

������������ La nostra ipotesi � dunque che il comune di Ravenna sia nato non molte settimane dopo il concilio di Guastalla (ottobre 1106) e nel clima di sconcerto che tale concilio dovette provocare in Ravenna e forse su imitazione di quanto era avvenuto appena l'anno prima a Ferrara, le cui principali famiglie aristocratiche, non va dimenticato, continuavano a far parte della curia vassallorum dell'arcivescovo ravennate ed erano di frequente imparentate con l'aristocrazia di Ravenna (50).

������������ Questa ipotesi potrebbe essere avvalorata — e con ci� ritorniamo in tema — da un documento dell'8 aprile 1107 da cui risulta che Pietro Traversari~ insieme con i nipoti Disco e Rigolo e col consenso della moglie Gasdia e della cognata Ravenna, vedova di Costantino di Porta Aurea, vende alla Schola piscatorum tutto ci� che � di sua propriet� nelle valli Zusverti e Fenaria per il valore corrispondente ad una pelliccia del valore di l� lire di denari veneziani (S�). Dato per� che lo stesso Pietro aveva concesso alla stessa Schola solo quattro anni prima con un patto trentennale e con un canone di 200 pesci �capitanei� all'anno apparentemente gli stessi beni (52), � evidente che doveva essere avvenuto tra il 1103 e il 1107 qualcosa che aveva fatto mutare i rapporti tra i Traversari e la Schola piscatorum. Poich� quest'ultima raccoglieva, come gi� abbiamo detto, non solo dei semplici pescatori, ma anche dei mercanti di pesce, dei salaroli e forse i mercanti in generale — che �quanto dire tutti gli operatori economici pi� in vista nell'ambiente cittadino del tempo (53) — non pare proprio azzardato pensare che la vendita del Traversari (che � poi il primo acquisto in assoluto della Schola piscatorum) fosse la necessaria contropartita (o una delle contropartite) per ottenere il consenso e l'appoggio dei �confratres� della corporazione al costituirsi del comune.

������������ Oltre che con il �clan� Traversari, la Schola piscatorum risulta poi in stretto contatto con Enrico di Porta Nuova (altro ramo dei Traversari?) che figura tra i consoli cittadini sia nel 1109 che nel 1115 (54), mentre risulta dare in enfiteusi alla Schola nel 1112 quote molto rilevanti delle valli in questione contro un canone annuo di 700 pesci �capitanei� ed un calciarius di ben 100 lire (55). Se si confrontano a questo punto i canoni sulle quote di valli possedute da Pietro Traversari nel 1103 (200 pesci) e quelli di Enrico di Porta Nuova nel 1112 (700 pesci) e si mettono in rapporto col prezzo di vendita versato al Traversari (11 lire) e quello di semplice rinnovo enfiteutico concordato con Enrico di Porta Nuova (100 lire) si ha la migliore conferma che quella del Traversari del 1107 era stata letteralmente una svendita, o ancor meglio una vendita, per cos� dire, �a prezzo politico�.

������������ Dai documenti sin qui considerati si pu� cogliere, oltre agli aspetti socio-politici di cui abbiamo parlato, anche qualche elemento relativo all'organizzazione interna della corporazione, sui quali si � soffermato del resto anche l'Ilartmann (36)

������������ La struttura organizzativa della Schola piscatorum ravennate appare fortemente gerarchizzata e tendenzialmente chiusa. I figli e i fratelli sono considerati alla stregua di potenziali soci ereditari. Le cariche sociali prevedono una specie di �cursus honorum�. Tanto per fare qualche esempio: Pietro di Gontardo, che � gi� nel novero degli ufficiali nel 1081, appare poi come capitularius nel 1100, nel 1103, nel 1107 e nel 1112, dopo di che (forse perch� defunto) viene sostituito nella massima carica societaria da Pietro di Luciano, il quale risultava essere stato vicarius nel 1100 e poi consigliere nel 1103 e 1107; Pietro di Tedelinda appare semplice consigliere nel 1081 e nel 1083, ma gi� �primicerius� nel 1100 e 1107; Pietro dell'Agata � �sacellarius� (cio� �tesoriere�) ininterrottamente dal 1100 al 1114, per poi essere sostituito da Martino di Franco, il cui padre compariva come semplice consigliere nel 1100 e 1107, ma il cui figlio Guascone sar� capitularius nel 1164 e negli anni successivi; Pietro di Anselmo, infine, occupa la carica di �iudex� nel 1103 e 1107, per poi essere sostituito da Pietro di Ghecia e successivamente da Giovanni di Vitale. �Die wenigen Striche zu dem Bilde der Organisation der ravennatischen Fischerzunft — conclude, a questo punto, un po' affrettatamente l'Hartmann — haben unzweifelhaft mit der r�misch-byzantinischen Organisation eine zu grosse Ahnlichkeit, als dass sie zuf�llig sein k�nte. Einen vielleicht noch schwerer wiegenden Grund f�r den Zusammenhang der beiden Organisationen aber sehe ich in dem Namen des ersten Beamten der ravennatischen Z�nfte, der uns schon im 10. Jahrhunderte begegnet. Was bedeutet das Wort capitularius? (57)�.

������������ Ma non � certo qui possibile tracciare la successiva storia della Schola piscatorum: occorrerebbe, per farlo, una monografia specifica. E per� importante sottolineare almeno un fatto che si dimostrer� alla fine decisivo per le sorti della stessa corporazione, e cio� il rapido affermarsi all'interno della stessa di una famiglia, quella dei Balbi, che inizi� ad acquistare in proprio, nella seconda met� del XIII secolo, quote delle valli Zusverti e Fenaria, sia dai consoci della Schola, sia dai vecchi proprietari (58).

������������ Verso gli anni Settanta del '200 i Balbi gi� possedevano il 6% delle valli (59) e nel 1290, risoltesi finalmente le contestazioni sorte con il card. Pietro Colonna, conte di Romagna, che si proclamava erede delle quote spettanti alla domus Traversariorum, ne possedevano gi� pi� del 30% (60). In seguito le loro quote di propriet� aumentarono ancora, mentre le cariche societarie di capitularius e di sacellarius della Schola finirono con l'essere ormai costantemente nelle loro mani. Nel 1315 l'operazione di acquisizione dei Balbi di tutte le propriet� e di tutti gli iura gi� spettanti alla Schola piscatorum pu� dirsi conclusa. In quell'anno, nel palazzo comunale, Nicol� del fu Biondo, iudex della Schola, cedeva a nome di questa a Pietro Balbi tutti i diritti che la corporazione ancora deteneva su numerose porzioni di valli (61). A questo punto la vecchia e gloriosa Schola piscatorum de Ravenna non aveva pi� ragione di esistere, ed infatti si estinse. Questo era certamente gi� avvenuto nel 1332 quando si ha testimonianza di una controversia nata a proposito di alcune terre (da non dimenticae come le valli in questione, e soprattutto la Fenaria, si fossero nel frattempo lentamente trasformate in buona parte in terre coltivabili!) poste nella pieve di Santa Maria in Furculis (attuale Piangipane) che Ostasio da Polenta (allora signore della citt�) reclamava di propriet� della sua casata, mentre i fratelli Giovanni, Poano e Isacco Balbi sostenevano �sibi pertinere pro Schola piscatorum� (62).

������������ Una volta fagocitata la Schola piscatorum, i Balbi si iscrissero all'Ordo Domus Mathe, dove ser Giacomo di Giovanni Balbi gi� risulta ricoprire la carica di capitularius nel settembre 1326 (63). Nella matricola della stessa Casa Matha del 30 dicembre di quell'anno figurano poi tra i soci, oltre allo stesso Giacomo, il padre Giovanni e gli zii Poano e Isacco (64). Fu appunto questo ingresso dei Balbi nella Casa Matha a dare in seguito origine alla confusione — non casuale, ma strumentale e abilmente orchestrata verso la met� del '400 — tra quest'ultima corporazione e la pi� antica, ma ormai definitivamente scomparsa, Schola piscatorum (63).

 

������������ 3. Oltre alla Schola piscatorum — che raggruppava, come si � detto, pescatori, salaroli e mercanti di pesce (pi� tardi chiamati abitualmente anche �sprocani�) che avevano la loro zona operativa nelle valli Zusverti e Fenaria — a Ravenna dovette formarsi anche una corporazione di pescivendoli. La prima testimonianza che ce ne resta � in un documento del 17 ottobre 1110 dove si parla, per usare l'espressione del Simeoni, di �un'ignota corporazione ravennate�. Ebbene, in tale documento risulta che 14 confratres de Ordine piscium vendencium di Ravenna si impegnano, anche a nome di altri confratelli, a portare aiuto armato ai Comacchiesi contro chiunque, eccettuati per� i capitanei di Ravenna e il vescovo di Comacchio, e per la zona compresa tra Pomposa e San Nicol� de Mare e fra il Po Vecchio e il Capo di Padule (66).

������������ Ma contro chi era diretto questo accordo che aveva chiaramente come scopo la difesa della pesca nelle valli comacchiesi e il rifornimento ittico del mercato ravennate? Il Simeoni ipotizza, molto ragionevolmente, che il patto stretto tra l'Ordo piscium vendencium di Ravenna e gli homines di Comacchio fosse rivolto proprio contro la Schola piscatorum, la quale avrebbe preteso una specie di monopolio sulla fornitura del pesce al mercato ittico di Ravenna. Pur se l'ipotesi � convincente, la questione dovette essere in realt� molto pi� complessa di quanto riteneva il Simeoni ed avere decisi, seppure imprecisati, risvolti politici. Lo si deduce proprio dalla clausola che prevedeva che la corporazione ravennate dei pescivendoli non avrebbe portato aiuto ai Comacchiesi n� contro il loro vescovo (excepto contra vestrum episcopum) n� contro i �soli� capitanei di Ravenna. Poich� in quel momento c’era un arcivescovo, Geremia (1111-1117) di presumibile provenienza germanica, il non ricordarlo espressamente nel documento — come si fa invece per il vescovo di Comacchio — e il non ricordare d'altronde neppure i consoli del comune, ma solo i capitanei, fa supporre che in citt� vi fosse nuovamente dissapore tra la cittadinanza e l'ennesimo arcivescovo nominato dall'imperatore e che il ceto dei capitanei avesse approfittato della situazione per estromettere dal potere cittadino non solo l'arcivescovo contestato, ma anche il ceto intermedio dei piscatores, forse perch� ritenuto troppo pieno di pretese (67).

������������ Ma se questo tentativo dei capitanei di assumere in proprio tutto il potere pubblico a Ravenna facendo leva sullo scontento del clero locale e sui minores vi fu, esso dovette suscitare forti reazioni da parte degli esclusi, e quindi non solo dell'arcivescovo, ma anche della Schola piscatorum, gi� compartecipe, come si � visto, della nascita del comune. La soluzione dei contrasti non poteva venire che da una rinnovata concordia dei tre ordines dei capitanei, dei mediocres e dei minores, e quindi con un rilancio di fatto dell'istituzione comunale.

������������ Tutto questo pare appunto di cogliere da un documento del 3 luglio 1115, a cui abbiamo gi� accennato (68), dal quale risulta che il legato imperiale Fulgmaro concede, su decisione dei consules civitatis e del populus di Ravenna, ma in nome dell'imperatore Enrico V, ai canonici cardinali della Chiesa di Ravenna l'intero beneficio gi� appartenuto al defunto Rodolfo Cappellano, e cio� la pieve di Argenta, la chiesa di San Giovanni in Marmorato (situata nel suburbio della citt�) e la cappella di San Michele di Roveretolo con due mansi. Nel documento — dove risulterebbe, se si tien conto del contenuto specifico dell'atto, del tutto incomprensibile, se non ne sapessimo gi� i motivi, la totale assenza dell'arcivescovo Geremia — figurano i nomi di 10 consules, tra i quali due (Enrico di Porta Nuova e Pietro Traversari) che gi� abbiamo visto in stretti rapporti con la Schola piscatorum ed uno, il causidico Pietro di Luizone che figurava in testa all'elenco dei 14 pisces vendentes che avevano giurato l'aiuto armato ai Comacchiesi nel 1110.

������������ Il contrasto tra la Schola piscatorum e l'Ordo piscium vendencium se, come tutto lascia supporre, vi fu, dovette dunque comporsi molto presto. Le due corporazioni, del tutto complementari fra loro, dovettero infatti procedere di norma di comune accordo (69). E non � neppure improbabile che alcuni individui, tra quelli di maggior rilievo, facessero contemporaneamente parte dell'una e dell'altra corporazione. Questo � sicuramente provato per i Balbi (sempre loro!) di cui diversi membri risultano, nella seconda met� del '200, alternativamente ufficiali della Schola e dell'Ordo (70).

������������ Che nell' Ordo piscium vendencium non ci fossero soltanto dei semplici pescivendoli, ma anche dei personaggi di ceto sociale pi� elevato e non eserc�tanti dunque materialmente la professione di pescivendolo, lo provano non solo i casi dell'advocatus Pietro di Luizone gi� ricordato e quello successivo dei Balbi, ma pare testimoniano anche un atto del 6 luglio 1208 in cui la corporazione, che si definisce ora Ordo mercati piscium vendencium o pi� brevemente Ordo mercati piscium, risulta chiaramente gi� suddivisa in soci �maiores� e �minores� (71).

������������ Questo atto del 1208 � molto interessante anche per altri motivi. Si tratta del livello, concesso dal monastero di Sant’Apollinare Nuovo alla corporazione in questione, di un pezzo di terra situato nella regio (o �rione�) di San Teodoro a Vultu e con la fronte rivolta sulla �platea quondam Teoderici regis� (e dunque sull'attuale via Roma, la cosiddetta platea maior della Ravenna medievale (72)). E probabilmente qui che l'Ordo dei pescivendoli venne a costruire la sua nuova sede e a predisporre i locali del mercato, prima di trasferirsi, nel 1272, nella guaita di San Michele in Africisco su terreno del monastero di Sant’Apollinare in Classe (73).

������������ Tutto sarebbe, a questo punto, molto chiaro, se una posta contabile registrata nel diacetto vecchio della Camera arcivescovile non venisse a creare non poca confusione. In tale posta si legge infatti che l'Ordo piscium vendencium deve pagare come pensio all'arcivescovo 4 danari ravennati quale affitto di un pezzo di terra su cui l'Ordo intende costruire un proprio edificio ai confini con una domus ed una torre che gi� gli appartengono (74). Il terreno � situato nel rione di San Michele in Africisco (75) e il contratto di affitto risulta partire dal 19 giugno 1233, ai tempi dell'arcivescovo Tederico (1228-1249) (76).

������������ Ci� che non quadra in questa posta contabile (peraltro dai tempi dell'arcivescovo Tederico mai pi� rinnovata) � la diversa dislocazione della domus della corporazione, che nel 1208 risultava essere nel rione di San Teodoro a Vultu, mentre ora � a San Michele in Africisco (77). Diversi sono pure i proprietari dei terreni su cui � costruita detta domus: nel primo caso il monastero di Sant’Apollinare Nuovo e nel secondo la mensa arcivescovile. Il fatto poi che a San Michele in Africisco si trovino in seguito documentati sia la domus, sia i locali del mercato del pesce dell'Ordo Case Mathe e che negli statuti del 1304 di quest'ultima vi sia una rubrica in cui si stabilisce �quod nullus de dicto Ordine audeat intrare Ordinem merchati veteris piscium Ravenne� (78), ci d� la piena conferma che l'Ordo piscium vendencium del 1233 � altra cosa dell'Ordo piscium vendencium gi� documentato nel 1110 e nel 1208 e che, con la denominazione di Ordo mercati piscium e poi di Ordo mercati veteris piscium continuer� ad esistere almeno sino al 1336 (79).

������������ Come si era giunti a Ravenna alla creazione di una seconda corporazione di pescivendoli staccatasi, con ogni evidenza, dalla prima attorno all'anno 1233?

������������ Per dare una risposta a questa domanda si potrebbe forse gi� partire dal fatto che il vecchio Ordo piscium vendencium suddivideva i suoi soci nel 1208 in maiores e minores e si potrebbero quindi anche ipotizzare conflitti e tensioni tra queste due categorie di associati. Ma siamo dell'opinione che la secessione del 1233 trovasse i suoi motivi di fondo non in contrasti interni d'ordine economico e sociale, ma piuttosto in profonde e laceranti divergenze politiche.

������������ Si era allora nell'et� di Federico II, quando cio� le fazioni dei guelfi e dei ghibellini si erano ormai estese a tutte le citt� comunali radicalizzandosi sui principi universalistici antitetici del sacerdotium e del regnum. Ravenna era stata da sempre citt� filoimperiale e quindi potenzialmente ghibellina, ma le cose si erano andate evolvendo dopo quella pace di Costanza del 1183 che aveva visto notevolmente rafforzarsi il comune cittadino ed il sorgere dei primi grossi contrasti con l'arcivescovo (80). Questi, almeno, dai tempi di Alberto Oseletti (1202-1207), non era pi� di fede �filoimperiale�, ma di stretta osservanza �filopontificia�, e la stessa aristocrazia locale si era ormai spaccata in una maggioranza, guidata dai Traversari, ghibellina, ed una minoranza, guidata da Ubertino Dusdei, guelfa. Che poi l'insanabile contrasto fra queste due famiglie partisse dalla contestata eredit� di Giovanni Duca, nulla toglie alla carica ancora prevalentemente ideologica dei contrasti in corso, contrasti che s'infiammarono di colpo quando il papa Gregorio IX scomunic� nel 1227 Federico II (81).

������������ Nel maggio 1228 moriva l'arcivescovo Simeone e la fazione ghibellina di Ravenna, sotto la guida di Paolo Traversari e dei conti Malvicini di Bagnacavallo, temendo che il clero locale eleggesse nuovamente un presule �filoromano�, circond� minacciosa la cattedrale cercando d'imporre un proprio candidato (82). Il podest� Raimondino Zagoli riusc� con fatica a disperdere la folla dei tumultuanti ed il clero elesse il �filoromano� cesenate Tederico. Per tutta risposta i Traversari, i Polentani, loro principali seguaci, e i conti di Bagnacavallo assalirono i beni arcivescovili provocando �damna multa et discrimina non modica� (83). A sua volta l'arcivescovo, ottenuta la conferma pontificia, si fece interprete di una radicale politica filoguelf a che lo spinse dapprima a sollecitare l'aiuto armato di diversi comuni romagnoli (Imola, Forl�, Forlimpopoli, Bertinoro e Rimini) perch� lo aiutassero a porre in Ravenna un podest� di suo gradimento, e poi giunse persino a lanciare, nel 1234, l'interdetto sulla propria citt� (84)

������������ E in questo clima di �muro contro muro�, che coinvolgeva ormai l'intera societ� ravennate in tutti i suoi strati, dai vertici alla base, che dovette maturare la secessione, all'interno dell'Ordo piscium vendencium, tra i tradizionali filoghibellini, fautori dei Traversari, e i filoguelfi, ispirati e aiutati dall'arcivescovo. I primi restavano nella sede tradizionale, posta nel rione di San Teodoro a Vultu (dove si trovava, � da ritenere, anche il mercato del pesce, che sar� poi chiamato �vecchio�), i secondi impiantavano una nuova sede ed un nuovo mercato del pesce nel rione di San Michele in Africisco, con l'aiuto, forse anche patrimoniale, dell'arcivescovo.

������������ Ma l'esistenza, contemporaneamente, di due Ordo piscium vendencium non poteva non creare confusione e cos�, mentre il primo manteneva la sua denominazione tradizionale di Ordo mercati piscium, il secondo venne indicato comunemente col nome dell'edificio in cui teneva il proprio mercato, e cio� Ordo Damus Mathae.

������������ Cosa significhi esattamente Casa Matha � tuttora in discussione. Che si perdesse ben presto la cognizione esatta del suo significato originario lo pu� dimostrare il fatto che gi� nel '400 la corporazione usava ormai autodefinirsi della Casa Amata (85). Il termine matha deriva invece chiaramente da matha che in latino classico e poi medievale equivale a �stuoia di giunco�.

������������ La Casa Matha sarebbe da intendersi dunque non tanto, come fa il Sella (86), �un capanno coperto di giunchi, come ancor oggi si usa nelle valli da pesca� (dato che la corporazione era di pescivendoli e non di pescatori), quanto, eventualmente, come riteneva lo Spreti (87), �un edificio dove si fabbricano le stuoie�. Questa ipotesi sarebbe per� del tutto accettabile solo se si potesse dimostrare che i pescivendoli �guelfi�, usciti dal Mercato del pesce, avevano aperto a loro volta un mercato in un edificio gi� esistente e abbastanza capiente dove in precedenza si fabbricavano stuoie e perci� gi� noto come �Casa della stuoia�. La mia ipotesi al riguardo � per� un'altra: che con �casa matha� si intendesse indicare un grande salone coperto di stuoie, oppure, ancor meglio, un edificio avente al suo interno casotti posticci delimitati da stuoie — oggi diremo �box�, negli statuti del 1304 si dicono �camerotti� — costituenti i singoli punti di vendita per lo smercio minuto del pesce. In un modo o nell'altro la Casa Matha equivaleva a �Mercato del pesce�, espressione che per� non si poteva usare per non creare confusione con il gi� esistente Mercato del pesce gestito dai pescivendoli �ghibellini� e che si trovava, tra l'altro, in un punto diverso, anche se non troppo distante, della citt�.

������������ Trascorsi appena pochi anni dalla secessione di cui abbiamo detto, Ravenna conobbe una serie di avvenimenti altamente drammatici che potrebbero da soli giustificare quella carenza di materiale documentario sulle vere origini della Casa Matha anche senza dover ipotizzare successive interessate sparizioni di documenti.

������������ Nel 1239 Paolo Traversari, con mossa spregiudicata che ancor oggi fa discutere gli storici, defezionava dal campo ghibellino per allearsi con i guelfi, in ci� seguito dai fedeli Polentani (88). Furente, Federico II, dopo aver tentato invano di convincere i Ravennati a ribellarsi al �traditore�, risaliva l'Italia e si portava nell'agosto del 1240 ad assediare Ravenna, che riusciva poi a prendere in appena 6 giorni (89). Inviati prigionieri in Puglia l'arcivescovo Tederico, i figli di Paolo Traversari (morto poche settimane prima dell'assedio) e Geremia e Lamberto da Polenta, l'imperatore lasciava Ravenna in mano ai suoi funzionari che la governarono per otto anni (90).

������������ Nel maggio 1248 le truppe guelfe bolognesi e pontificie riportavano in citt� l'arcivescovo Tederico, che era riuscito nel frattempo a fuggire dalla Puglia, ma nell'ottobre dell'anno successivo gli �estrinseci� ghibellini, guidati dal conte Ruggiero di Bagnacavallo, approfittando dell'assenza della guarnigione bolognese portatasi a far guerra a Modena, rioccuparono Ravenna cacciandone Guido da Polenta e i suoi seguaci �de parte Traversariorum�, devastando il palazzo del podest� e derubando persino l'episcopio (91). I ghibellini tennero, con l'appoggio dei Veneziani, la citt� sino al 1253, quando cio� il nuovo arcivescovo, l'abile diplomatico Filippo da Pistoia, non riusc� a concludere una pace generale tra le fazioni di Romagna e a prendere finalmente possesso della sua cattedra metropolitica in Ravenna (92). Qui gli fu subito affidato, quale garante della �concordia� tra le fazioni, la carica di podest� ed il compito di stendere nuovi statuti con l'intento di normalizzare una situazione ormai lacerata da un ventennio di continui travagli (93).

������������ Ed � appunto negli statuti cittadini del 1253 che l'Ordo piscium vendencium �guelfo� viene per la prima volta ricordato come Ordo Domus Mate in una rubrica dove si proibisce alle meretrici di abitare nella zona compresa �a domo Ordinis Domus Mate usque ad domum Bonaventure Ballestrerii�, dato che in tale zona avevano la loro residenza i campsores e molti altri boni homines (94). Gli stessi statuti riportano poi anche un'altra rubrica che pu� aiutarci molto a capire come fossero andate esattamente le cose a Ravenna nel ventennio tormentatissimo che separa l'anno di presumbile costituzione della Casa Matha (1233) da quello della pace generale tenacemente perseguita e realizzata dall'arcivescovo Filippo. La rubrica in questione s'intitola De universis societatibus et ordinibus reformandis e d� incarico al podest� di �reformare societates et ordines Ravenne secundum quod antiquitus fuerunt, et dare eis illos honores secundum quod habuerunt et habere consueverunt antiquitus�. Come caso specifico si precisa poi che il podest� �non permittat in aliqua beccaria pisces vendi, nec in aliqua piscivendoleria carnes vendi, set quilibet ordo sive societas debeat esse contentus, sive contempta, sua arte� (95).

������������ La frattura politico-ideologica tra guelfi e ghibellini che aveva portato alla spaccatura insanabile tra i pescivendoli, non doveva aver risparmiato neppure i beccai, riuniti, almeno dal 1169, in una corporazione detta Ordo macellatorum pontis coperti (96). I beccai, meno numerosi e certamente meno �tutelati� politicamente dei pescivendoli, non crearono per� per l'occasione una seconda corporazione, ma semplicemente si spaccarono, confluendo i macellai �guelfi� nell'Ordo Domus Mathae e quelli �ghibellini� nell'Ordo mercati piscium. Le buone intenzioni di cui si fanno interpreti gli statuti cittadini del 1253 non trovarono poi effettiva applicazione in quanto i beccai �guelfi� trovarono che era per loro molto pi� vantaggioso restare all'interno di una corporazione, l'Ordo Domus Mathae, che cominciava proprio allora a raccogliere i primi tangibili frutti della sua originaria scelta politica di campo.

������������ E, infatti, mentre la Schola piscatorum e l'Ordo mercati piscium entravano, dopo il 1253, in decadenza seguendo le sorti, pi� che della perdente fazione ghibellina, dei Traversari e dei conti di Bagnacavallo che erano sempre stati i loro �patroni�, la Casa Matha, tutta schierata con i guelfi Polentani — che annover� poi addirittura tra i suoi soci d'onore, come risulta dalla matricola del 1304 (97) — veniva a godere di tutti i vantaggi politici ed economici della nuova situazione. Gi� nel 1276, ad esempio, e non a caso appena pochi mesi da quando Guido da Polenta si era insignorito, per la prima volta, della citt�, la Casa Matha, proprietaria sino ad allora dei soli edifici della sede e del mercato del pesce, era in grado di acquistare buona parte delle valli Cordiselva (ai confini col Faentino e con il Po), che concedeva poi in affitto (98). Molte altre propriet� vennero acquistate successivamente.

������������ Gli statuti della Domus Mathae del 1304 ci mostrano la coesistenza, a pari titolo, nella corporazione di pescivendoli e di beccai, ma gi� una rubrica delle aggiunte statutarie del 1305 stabilisce �quod aliquis non recipiatur in Ordine qui velit facere artem becarie� (99). Prendendo infatti a pretesto il fatto che gli spazi fruibili nell'area del mercato erano ormai saturi, la Casa Matha non ammise pi� l'iscrizione di nuovi soci beccai e cos� questi finirono col rifluire tutti in quell'Ordo beccariorum che, formatosi all'interno dell'Ordo mercati piscium finir� poi con il sostituirvisi del tutto, ereditandone, dopo la definitiva scomparsa di quest'ultimo (avvenuta, come gi� detto, nel 1336), anche la sede posta nella guaita di San Teodoro. Ma � del resto questa la sola propriet� che la corporazione dei beccai risulta avere nel catasto urbano del 1352 (100).

������������ La Casa Matha, a sua volta, ampiamente beneficiata dalla signoria polentana ed eccessivamente compromessa con gli interessi di quel regime politico, non poteva non risentire del tracollo dei Da Polenta. Il dominio veneto su Ravenna, iniziato del 1441, port� quindi inevitabilmente ad un drastico ridimensionamento economico e patrimoniale della corporazione (101).

������������ Per evitare la perdita delle residue propriet�, i soci della Casa Matha ebbero nel 1506 la brillante idea di coinvolgere lo stesso governo veneziano nella difesa dei loro interessi. E cos�, in data 15 maggio, essi fecero grazioso dono di tutti i loro iura perduti o contestati (compresi i vecchi diritti della Schola piscatorum che si erano fatti cedere nel 1440 da Tramontana di Poano Balbi, ultima erede di quella famiglia (102)) alla Serenissima, riservandosi per� avvedutamente quanto ancora effettivamente possedevano (exceptis intellectis et non intellectis terris et bonis cuiuscumque generis per dictam Domum sive homines dictae Domus de presentis tentis et possessis) e la met� delle propriet� che Venezia fosse riuscita a recuperare (103).

������������ Lo Stato veneziano accett� di buon grado quanto i �fedeli sudditi� della Casa Amata gli offrivano e si fece inviare subito tutta la documentazione sui beni rivendicati (104), ma la fine del dominio veneto a Ravenna appena tre anni dopo non permise che l'ingegnosa operazione fosse portata a buon termine. La Casa Matha comunque sopravvisse e, pur ulteriormente ridimensionata nelle sue propriet� e nei suoi privilegi (quale quello, conservato sino al 1931, dell'esclusivit� della vendita del pesce in citt�) continua tuttora (105).

 

Note al testo di A. I. Pini

 

UMBERTO ZACCARINI

 

Appendice documentaria

 

al saggio di cui sopra

pubblicata nella �Nuova rivista storica�, a. LXXVI, fasc. III (1992), pp. 757-76.

1. – 943 aprile 12, Ravenna

Undici petitori in nome proprio, dei figli e nipoti loro nonch� per conto di tutti i fratres et consortes della Scola dei pescatori �nel Patoreno�, e parimenti dei figli e i nipoti di costoro, chiedono all'arcivescovo Pietro [I] la rinnovazione enfiteutica delle acque suddette per potervi pescare e catturare il pesce dal luogo che si dice Pensalardo sino al mare, con l'obbligo di corrispondere la quarantesima parte del pescato in natura o in denaro, nonch� di dar prelazione all'arcivescovo d’ogni storione o l�dano superiore ai quattro piedi di lunghezza che dovessero prendere.

 

Originale: AARa, B.363 [A]. Petizione d'enfiteusi (originale di minuta) a rinnovazione di un precedente pactum conveniencie. Non � coerente l'anno di coreggenza di Lotario II, che sarebbe il 12�, non il 13�. Mancano le subscriptiones, come in isvariate altre carte indubbiamente autentiche che si conservano nell'AARa. Sul recto, nel margine superiore, in scrittura del sec. XVIII: �943.�. Sul verso, in scrittura di due mani, come pare, del sec. XIII: �Carta de piscatione in Padareno, de Pesalardo usque ad mare. Carta super piscatione Padareni�. In scrittura del sec. XVI la segnatura archivistica antica: �qq. n. 22.�. Pergamena in buono stato di conservazione con quattro piccoli fori, due dei quali in corrispondenza dello scritto. Misure: mm 296 x 594.

 

Rogatario � Giorgio [I], notaio della santa Chiesa ravennate.

 

Edizioni: MURATORI, Antiquitates, Dissert. LXXV, coll. 455-7; FANTUZZI, IV, pp. 174-5, n. 10; SPRETI, Notizie, pp.7-8; VESI, Documenti, pp. 189-91; MONTI, Corporazioni, I, pp. 217-19; ZACCARINI, Revisione, pp. 31-2; PIERPAOLI, Storia, pp. 261-3 (traduzione).

Cfr. CROSARA, Scole, p. 47 sgg. e BUZZI, Curia, p. 37.

 

Si veda sopra, nell’apposita sezione, il testo della Carta piscatoria trascritto e tradotto rispettivamente da Umberto Zaccarini e Mario Pierpaoli.

 

2. – 1081 febbraio 16, Ravenna

Vuido Tosco figlio di Pietro di Gontaredo, Andrea figlio di Giovanni di Giorgio e altri chiedono per s� e per tutti i confratelli ascritti alla medesima scola la dazione a livello di quanto i fratelli Ungano e Brando e altri con loro acquistarono dai fratelli Divizo e Riminaldo figli della defunta Imilla, ossia quanto appartenne alla stessa Imilla nelle valli Zusverti e Fenaria, con l'obbligo di conferire in due soluzioni quaresimali la corrisposta annua di 300 pesci capitani, e inoltre �di far corte� il giorno di natale e il luned� di pasqua, durante la mattinata, presso ciascuno dei proprietari eminenti, in quattro persone della scola. Nella valle Zusverti le confinazioni sono il Pereo, l'argine di San Longino e il Bandusolo, la Mersiza, il Po; nella valle Fenaria, la linea che va dal Codarundiani al Po, il Caldirolo, il dosso di Viliga, lo Stafilio. � esclusa dalla concessione la terra di mortizza (presumibilmente del Po) che i locatori riservano a s�, con ogni probabilit�, per metterla a coltura.

 

Originale: ASRa, CC.RR.SS., S. Maria in Porto, 317.B [B]. Livello vallivo. Copia parziale (manca l'escatocollo con la completio del tabellione). Sul verso, in scrittura del sec.XIII, insieme con altre note archivistiche che si omettono: �Innovacio Ungani et Brandi germanorum facta Scole piscatorum [de omnibus] iuribus suis que habebant in valibus Iusverti et Fenarie, sub pensione omni anno sacharum triginta piscium. Anno 1081.�. Pergamena in buono stato di conservazione, con un foro che interessa lo scritto. Misure: mm 400 x 187.

 

Rogatario ignoto. Copia di Iohannes Bonus Dei gracia Ravennas tabellio in data 1188 feb. 16.

 

Regesti: FANTUZZI, III, p. 379, n. 136/2; SPRETI, Notizie, p. 228, n. 4. �Regg. Zoli�, in ASRa.

Cfr. BUZZI, Curia, p. 97 (che peraltro scambia il notaio esemplante col rogatario del documento).

 

(C) In nomine Domini. Anno ab incarnacione Domini millesimo hoctuagesimo primo, regnante vero Henrico filio quondam Henrici imperatoris anno vigesimoquinto, die sextodecimo [mensis] f[ebru]arii, indicione quarta, Ravenne. Petimus a vobis quidem in Dei nomine Unganus et Brandus germani ordinatores in prima parte cum con‹sen›su iugalibus vestris Tutubene et Belinde, secunda parte ordinatores Segniorellus de Ubaldo et Ubaldo et Imilde iugalibus, tercia namque parte Liu�o de Enrico et Acie iugalibus, vobis presentibus in Dei nomine Vuido Tussco Petri de Gontaredo et Andreas de Iohanne de Georgio petitoribus tam pro nobis quamque Petro de Tedelinda et Iohannes de Pardo et Dominicus Sturnio et Iohannes de Luciano et Dominicus de Luciano et Spanco et Iacobus et Iohannes Pisscula, ac pro cuntis confratribus nostris seu filiis nostris; et si quis de nobis obierit, unum autem alterum eius porcio veniat eis qui supravixeri‹n›t. Lebelli nomine concedistis nobis rem iuris vestri supradictorum ordinatorum, idest omnes res et pertinencias vestras quantascumque habetis et detinetis per contractranctum (sic) vendicionis da Dui�o et Riminaldo germani filii quondam Imille, et suprascripta Imilla habuit et detinuit, de tota valle qui vocatur �usverti et de valle qui vocatur Venaria, cum fossis aquis piscacionibus venacionibus missionibus butinis tumbis atque cum omnibus eis pertinentibus, excepto terra de morti�o, in aliis locis, quas reservastis a vestris manibus. A primo latere de valle de �usverti, Pereo, a secundo latere argele de Sancto Longino et Bandusolo, a tercio latere Mersi�a, a quarto Pado; et de alia valle Fenaria, a primo latere da Codarundiani usque ad Pado, a secundo latere Caldiriolo, a tercio latere corio de Viliga, a quarto latere Stafilio. Hec suprascriptas res habendas tenendas piscandas venandas aucelandas et in omnibus meliorandas, in annis advenientibus viginti et novem ad renovandum, sub redita de pisses capitaneos tricentos, centum quinquaginta in quadragesima sancti Martini et similiter in quadragesima maiore. Et curtem facere debeamus in natali et in passca, quattuor de predicta scola, per unumquemque de vos, primo die natalis mane et secundo die de passca mane. Pro eo quia exinde accepistis calciarii nomine pellem unam a collo portandam, pro denariorum Venecianorum libris decem et octo. Et cum vos cum vestris heredibus nobis nostrisque filiis ab omni persona hominum stare et auctoriare debeatis, sub pene nomine auri unciam libram (sic) dimidiam sponderis; et maneat firmum ‹hunc lebellum›.

 

(Segue lo stenogramma corrispondente a quattro linee di testo non ricopiato dal notaio esemplante.)

 

(ST) Ego Iohannes BONUS Dei gracia Ravennas tabellio sicut superius legitur, ut vidi in quadam cartula mihi a Borgolino(1) allata, sicut in ea vidi ita in hac scripssi, sub annis dominice nativitatis millesimo centesimo octuagesimo octavo, die quartodecimo mensis aprilis, indicione sexta, Ravenne.

 

1) Questo Borgolino � menzionato fra i mandatari della Scola piscatorum anche nel doc. ASRa, S. Maria in Porto, 327.B [A], 1166 ott. 9.

 

3. – 1100 marzo 15, iuxta ecclesiam sancte Marie a Libba

Vido conte imolese figlio del fu conte Guido detto Arardo concede e conferma in enfiteusi a Franco e Tebaldo figli di Pietro di Tedelinda primicerio della Scola dei pescatori della citt� di Ravenna, a Pietro di Luzano vicario, a Pietro dell'Agata sacellario a Pietro di Guntardo capitolare nonch� a quattro altri confratelli della medesima scola, tutti in integro quegli immobili che sono di sua ragione entro l'intera valle cosiddetta di Fenaria, con le seguenti confinazioni: al primo lato il Caldirolo, al secondo il dosso di Vilica e il dosso che si dice Orniola e quello di Cordiselva, al terzo lato la Fronte e al quarto lato il Po corrente, eccettuata la met� dell'anzidetta Fronte sino al Belice minore, che il concedente riserva a s� per catturarvi il pesce con le reti pi� grandi. La pigione annua � di cento soldi di denari veneti da versarsi in due soluzioni quaresimali; dodici lire di denari di Venezia per diritti di calzare.

 

Originale: ASRa, CC.RR.SS., S. Maria in Porto, 319.B [B]. Precetto di enfiteusi (rinnovazione). Soscrizione autografa di Guido conte. Sottoscrive fra gli altri testi Arduino, anche come erede. Sul verso, in scrittura di due mani del sec. XIII, insieme con altre note archivistiche che si omettono: �Innovacio domni Guidonis comitis Imolensis de omnibus iuribus suis que habebat in valibus Fenarie, sub pensione denariorum Venetorum solidos centum. Anno 1100. Facta Scole piscatorum�. Pergamena in buono stato di conservazione, con due rotture al margine sinistro che interessano parzialmente lo scritto. Misure: mm 536 x 192.

 

Rogatario � Petrus [XXIV] Ravennas tabellio. Copia di Gervasius Dei gracia Ravennas tabellio databile alla 1� met� del sec. XII.

 

Regesti: FANTUZZI, III, p. 380, n. 136/5; SPRETI, Notizie, p. 229, n. 9. �Regg. Zoli�, in ASRa.; CARRARI, �Storia�, II, n. 38.

 

(C) In nomine Domini. Anno ab incarnacione Domini millesimo centesimo, anno sextodecimo Clementis pape et Henrici imperatoris, die quintodecimo mensis marcii, indicione octava, iuxta ecclesiam sancte Marie a Libba. Omnibus manifestum est atque congrua racione dispositum libenter debere eorum desideriis annuere, pro quibus nostre propietatis res utilitatibus meliorandique causa proficiunt. Et ideo ego quidem in Dei nomine Wido comes Imolensis filius quondam Guidonis comitis qui vocatur Arardus vobis Franco et Tebaldo de Petro de Tedelinda primicerio et Petro de Luzano vicario et Petro a Gatha sacellario et Petro de Guntardo capitulario atque Gualdinello ac Iohanni [Gu]arm(an)terio et Rustico de Pagano de Ingelerio et Alberto de Guarnierio, petito[ribus] p[ro vobis] quamque pro vestris confratribus Scole pisscatorum de civitate Ravenne presentibus et [futuris qui in predicta scola] erunt, seu filiis et nepotibus vestris et illorum; et qualis ex vobis obierit [sine filiis vel] nepotibus, eius porcio cadat aliis qui supravixerint aut eorum filiis vel nepotibus. Per henfiteuticarium ius a presenti die concedo et largior seu confirmo res iuris nostris, idest omnes res illas integras inmobiles quantascumque vos omnes petitores cum vestris confratribus habetis et detinetis et vobis pertinent, nostro iure, infra totam vallem que vocatur de Fenaria, cum aquis paludibus coriis et butinis et cocolariis ac luibis atque cum omnibus ad suprascriptam vallem pertinentibus. In finibus eius hoc est: a primo latere Caldirolo, a secundo latere corio de Vilica et corio qui vocatur Orniola et corio de Silva, a tercio latere F[ronte et] a quarto latere Pado percurrens, exceptata medietate de canale de suprascripta [Front]e usque ad Belicem minorem, quam reservo meis manibus ad capiendos pi[sses] cum ritibus maiori(bus). Dum vobis superius nominatis petitoribus atque filiis et nepotibus vestris et illorum divina gracia in hac luce iusserit permanere, concedo et largior seu confirmo vobis eas res habendas tenendas pisscandas venandas aucellandas et in omnibus meliorandas, et quicquid vobis et vestris confratribus et filiis et nepotibus vestris ac illorum placuerit facere in predicta valle. Et ego predictus Wido comes ordinator cum meis liberis et heredibus, vobis iam dictis petitoribus et vestris confratribus present[ibus] et futuris iam dicte Scole pisscatorum et vestris filiis et nepotibus et illorum, [omnes suprascriptas] res ab omni persona hominum defens(are) et autoriare promitto sine dolo et fraude; et ex vestris propriis expensis seu laboribus nichil vos vestrique filii et nepotes a[liquot in]ferius ad fixam pensionem deferatis. Prestantibus quoqueque nobis et filiis et nepotibus nostris indesinenter secundum paginam peticionis vestre sub nomine pensionum, omni anno pro omnibus predictis rebus denariorum Venecie soldos centum, medietatem in quadragesima sancti Martini, aliam medietatem eiusdem pensionis dare mihi debeatis, et meis heredibus debeatis, in quadragiadragesima (sic) maiore. Pro eo quia exinde acceperimus calciarii nomine denariorum Venecie libras duodecim, promitto preterea nullis diebus nullisque temporibus vite vestre vestrorumque confratribus presencium et futurorum, vestrorumque filiorum et nepotum et illorum, et ego iam ‹dictus› Wido comes aut mei liberi vel heredes textum huius pagine henfiteusis a nobis vobis facte et tradite minime valere contendere; vel si contra ea que superius agere presumserit, tunc daturum et compositurum me esse promitto, meosque liberos vel heredes, vobis prenominatis petitoribus et vestris confratribus presentibus et futuris iam dicte scole vestrisque filiis et nepotibus et illorum, ante omnes litis inicium aut interpellacionem, pene nomine auri libras duas. Et soluta pena, maneat firma hec henfiteusis. Quam vero paginam henfiteusis ego Petrus Ravennas tabellio scripsi, post traditam complevi et absolvi.

Ego Gervasius Dei gracia Ravennas tabellio scripsi hoc exemplum ut vidi et legi.

+ Ego Guido comes subscripsi.

+ Ego Wido presbiter teste ‹sub›scripsi.

Ego Or(landus) monacus subscripsi. Ego Arduinus et heres subscripsi.

Signum ++++ manus Iohannis Longi et Iohannis de Paulo et Guidonis Longi et Bonduli, rogatorum testium.

(ST) Noticia testium idest.

Wido presbiter et Iohannis a Libba, Orlandus monacus Sancti Adelberti, Arduinus presbiter, Iohannis Longus, Iohannis de Paulo, Wido Longus.

 

4. – 1110 ottobre 17, Ravenna

Quattordici ravennati che agiscono a nome dell'Ordo pissium vendencium stipulano con quattro comacchiesi, che intervengono sia in nome proprio sia per conto di tutti i loro vicini di Comacchio, l'impegno a prestar loro l'adiutorium comunem de ordine da Pomposa fino a San Nicola de mare e dal Padovetere fino al Caput de padulo, compresi altri luoghi delle valli comacchiesi, contra omnes homines, excepto contra vestrum [Cumiaclensem] episcopum et capitaneis Ravenne. Per l'inadempienza � fissata una penale di cinquanta lire di denari veneti. I quattordici ravennati sottoscrivono con segni di croce.

 

Originale: Arch. di Montecassino, �Codex diplomaticus Pomposianus ab an. 1099 ad 1189�, ms. di Placido FEDERICI [178.], tomus II, pp. 164-7. Impegnativa unilaterale a prestare aiuto in caso di bisogno, la cui controprestazione non � descritta [B]. Cosa non rilevata dal Simeoni che per primo pubblic� il documento, l'indizione terza discorda con l'a. 1111. Escludendo un eventuale errore della copia, quindi, � da ritenersi – come mi suggerisce Giuseppe Rabotti – che il notaio abbia qui usato il computo pisano con l'indizione romana (il che non � affatto eccezionale a Ravenna) e conseguentemente perci� il documento vada retrodatato di un anno. Formato del vol.: mm 287 x 205.

 

Rogatario � il tabellione [ravennate] Ugo. Cfr. BUZZI, Curia, pp. 98-9.

 

Edizione: SIMEONI, Documento, pp. 131-41 (con la data del 1111).

 

Confederatio plurium Ravennatum favore Comacliensium, qui promittunt adiutorium suum a Pomposia usque ad Sanctum Nicolaum de Mare, et a Pado vetere usque ad Caput de padulo et aliis locis contra omnes homines excepto episcopo Comaclensi et capitaneis Ravennatibus. Anno MCXI., 17 octobris.

 

In nomine Domini. Anno ab incarnacione Domini millesimo centesimo undecimo, die septimo decimo mensis octubris, indictione tercia, Ravenne. Nos Petrus de Luizone et Iohannes de Plathea et Rusticus de Girardo, Petrus de Androna, Fantincillus, Dominicus de Petronia et Bonusfilius de Gisa, Petrus Matereculus, Andreas de Mauris, Ravennas de Dominico, Michael de Petro castaldione, Andreas de Bonucio, Petro de presbitero Alberto, Ugolinus de Iohanne presbitero sas.....(a) pro nobis et pro cunctis confratribus nostris de Ordine pissium vendencium qui nunc sunt vel in antea erunt in perpetuum promittimus et obligamus vobis Iohanni et Petro de Rocio et Petro de Bundinello et Martino de Gregorio, Cumiaclensibus, hacceptantibus pro vobis et pro cunctis vestris vicinis Cumiacliensibus qui stabunt in obligacione quam vos nobis facitis, quod dabimus vobis adiutorium comunem de ordine a Pomposia usque ad Sanctum Nicolaum de Mare, et a Pado vetere usque in Caput de Padulo, da Campo maiore per Padum et Laterculum, et per Calem et Treba maiorem et minorem et per ceteros canales et terras seu et padule et campos. Et hoc adiutorium vobis dabimus in fratres .....(b) postquam inde requesti erimus; et per tres dies postquam vobiscum erimus, vobiscum stabimus nostro dispendio; et si plus volueritis, usque ad completos dies octos vobis stabimus vestro dispendio. Et hoc adiutorium vobis dabimus contra omnes homines, excepto contra vestrum episcopum et capitaneis Ravenne; et apud eos bonam instanciam faciemus per bonam fidem et apud ceteros Ravennates. Quod si omnia supradicta non observaverimus cum nostris cumfratribus et cumsortibus de predicto ordine qui nunc sunt vel erunt, aut contra ec ire vel agere aut contendere presumserimus, nos vel nostri consortes daturi et composituri esse promittimus vobis et ceteris Cumaclensibus, nomine pene, denariorum Veneticorum libras quinquaginta; et soluta pena maneat firma hec obligatio. Tunc predictis Cumaclenses ita haccipientes fustem rogaverunt ibi astantes pro futuro testimonio.

Ego Ugo tabellio scripsi ec omnia supradicta.

++++++++++++++ Signum manus supradictis Ravennatibus de Ordine pissium vendencium, qui ec omnia obligaverunt ad omnia supradicta.

 

a) Corrisponde qui l'annotazione a margine: lacuna notarii.

b) Lacuna volontaria nella copia.

 

5. – 1233 giugno 20, [Ravenna]

Originale: AARa, Arm. C.IV.1, �Diaceptum vetus Camere archiepiscopalis�, c. 104v (num. vecchia LXII.V), posta 1 [A]. Posta di mero impianto, non corredata da annotazioni di pagamento dei censi n� tanto meno da cenni d'intervenute rinnovazioni livellarie (perch� di livello urbano si tratta). Volume cartaceo di form. mm 410 x 300.

 

Registrazione, databile all'a. 1355, di mano del notaio ravennate Iohannes de Porcellinis, il cui testo � tratto dalla registrazione del notaio ravennate Antonius de Artusinis, a sua volta fatta nell'a. 1314 sulla posta originale che doveva stare nel �Diaceptum perantiquum� ora perduto (si tratta di dati in parte rilevabili dal protocollo del medesimo volume).

 

Regesti: FANTUZZI, VI, p. 194, n. 131; SPRETI, Notizie, p. 237, n. 49 (entrambi con la data erronea dell'a. 1238).

 

‹In guaita› Sancti Michaelis.

 

Ordo piscium vendencium de Ravena et homines dicti ordinis debent omni anno nomine pensionis ecclesie Ravenati quatuor denarios Ravignanos pro uno tenimento sive spacio terre super quod vestrum vultis ponere edifficium, positum in Ravena, in regione sancti Michaelis qui dicitur Africissco; a primo latere turris et domus dicti ordinis, a secundo domus ipsius ordinis et Symon Morbidellus, a tercio Pedrinus becharius, a quarto via que venit a sancto Rophillo usque ad medium, de quo innovati fuerunt Vescovellus capitularius, Iohanes Vilanus et Bonfiolus maiores ac Iohanes Rigonis sacellarius Ordinis piscium vendencium pro ipsis cunctisque fratribus suis de dicto ordine suisque eorum filiis et nepotibus, ut constat in strumento hemphyteusis scripto manu Artusini notarii de Ravena, tempore dopni Thederici archiepiscopi Ravene, in millesimo ccxxxiii., die xi�. exeunte iunio, indicione vi�., [[die]] pena cuius est xlta. soldorum Ravignanorum.

 

6. – 1315 gennaio 20, Ravenna

Nicola del fu Bondo, giudice di Ravenna, vende a Pietro de' Balbi, giudice di Ravenna, il quale interviene e accetta per s� e per gli eredi di Lucio de' Balbi nonch� per la Scola dei pescatori di Ravenna, tutti i suoi iura su certi canali posti in vicinanza del Po, fra il mare e la fossa Budratica, inclusa una pertica di terreno a entrambi i lati di essi perch� i pescatori delle valli possano distendervi le reti ad asciugare. Il prezzo consiste nella pensio di tre lire ravegnane da versarsi ogni anno a pasqua finch� il venditore sia in vita, ma non oltre.

 

Originale: ASRa, CC.RR.SS., S. Maria in Porto, 406.B [A]. Vendita di diritti reali e personali con prezzo convertito in pensione vitalizia. Altra copia (semplice) del sec. XVI sta in ASCRa, Deposito Testi, n.6. Il signum tabellionis � all'inizio del documento. Sul verso, in scrittura del sec. XIV, insieme con altre note archivistiche che si omettono: �Emptio dopni Petri de Balbis pro se et ip[sius liberis et heredibus et pro] Scola piscatorum de certis canal[ibus ..... facta a dopno] Nicolao filio dopni Bondi. Anno 1315. [ ..... ]�. Pergamena in buono stato di conservazione. Misure: mm 525 x 180.

 

Rogatario � Salvatore del fu Jacobo Agolanti, notaio di Ravenna.

 

Regesti: FANTUZZI, III, p. 394, n. 132/80; SPRETI, Notizie, p. 257, n. 132. �Regg. Zoli� e �Regg. Bernicoli�, in ASRa.

 

(ST) In Christi nomine, amen. Anno a nativitate eiusdem millesimo trecentesimo quintodecimo, indicione xiii�., in palatio comunis Ravenne, apostolica sede vacante. Pressentibus magistro Leonardo condam magistri Fidei medici, Hugolino de Venerio notario, Minghino Savino notario et Saxolino de Saxolis, testibus ad hec vocatis et rogatis. Dopnus Nicolaus condam dopni Bondi iudex de Ravenna, pro se suisque liberis et heredibus in perpetuum dedit cessit transtulit et mandavit dopno Petro de Balbis iudici de Ravenna, pressenti et recipienti pro se suisque heredibus et nomine et vice heredum Liucii de Balbis et nomine et vice Scole piscatorum de Ravenna et universitatis et hominum dicte scole et eorum liberis et heredum, idest omnia iura et acciones reales et personales, tacitas et expressas que et quas habuit et habet seu habere posset vel sibi competit ex quocumque iure, racione vel causa in canale Caudarundini et in canale Viatrasii, in fossa Volte Archi, in medietate canalis Capitorcii quod discurrit in Padum, et in una pertica de terreno in testa supra ipsa canalia et fossa et quodlibet eorum a latere maris sive Budradighe et quantum extendit quodlibet dictorum canalium et dicta fossa, ad hoc ut piscatores piscantes in ipsis lacis possint ponere recia sua ad sugandum. Ultra vero in terreno supradicta canalia dictus dopnus Petrus vel heredes Liucii et Scola piscatorum omnino possint se extendere. Ad habendum tenendum possidendum, et quicquid dicto dopno Petro suisque heredibus et heredibus Liucii de Balbis et Scole piscatorum et eorum heredibus placuerit perpetuo faciendum. Faciens dictum dopnum Petrum pro se et nomine predictorum et ipsos procuratores in rem suam et ponens eos in locum suum, ita quodadmodo accionibus utilibus et directis possint adversus quoslibet agere experiri consequi et se tueri, et omnia et singula facere quemadmodum dictus dopnus Nicolaus facere posset. Et hoc nominatim pro eo quia dictus dopnus Petrus, pro se suisque heredibus et nomine et vice heredum Liucii et dicte scole, pro quibus promisit de rato, promisit et convenit dicto dopno Nicolao pressenti et stipulanti dare et solvere eidem omni anno in festo pascatis resurectionis Domini, in vita dicti dopni Nicolay tantum, tres libras Ravignanas pro dicta cessione facta iurium et accionum predictorum; et etiam quia ipse dopnus Nicolaus promisit et convenit solepniter dicto dopno Petro, pressenti et stipulanti pro se et nomine et vice dicte scole et dictorum heredum Liucii, esse advocatus eorum et advocare et suum patrocinium prestare eisdem in omnibus suis et dicte scole questionibus in omni loco. Et dictus dopnus Petrus promisit dicto dopno Nicolao stipulanti se facturum et curaturum realiter quod dicti heredes Liucii et dicta scola et homines dicte scole attendent et observabunt omnia singula suprascripta, alioquin atendet et observabit de suo. Que omnia et singula suprascripta promiserunt dicti contrahentes ad invicem, silicet unus alteri solempni stipulacione firma et rata habere et tenere, ut dictum est, et non contra facere vel venire, sub pena ducentarum librarum Ravignanarum a parte non observante parti observanti solvenda. Que pena tociens comitatur et possit exigi cum effectu quociens contra predicta vel alliquid predictorum factum vel ventum fuerit. Qua pena comissa, soluta vel non, omnia predicta et singula firma et rata perdurent.

Et EGO Salvator filius condam Iacobi Agolantis imperiali auctoritate notarius de Ravenna hiis omnibus suprascriptis pressens fui et ea, rogatus ut superius legitur, scripssi et publicavi.

 

7. – 1440 febbraio 28, Ravenna

Congregata l'universit� degli uomini della scola e dell'ordine della casa della Casa Matta dei Pescatori di Ravenna nel coro della chiesa di S. Michele in Africisco, presente e assenziente donna Tramontana de' Balbi figlia del defunto nobiluomo Poano de' Balbi e moglie del circumspectus vir ser Marino de' Baldracani di Forl�, si stipula con lei un solenne contratto a composizione della lite circa l'indebito impossessamento di svariati beni vallivi attuato dai predecessori dell'anzidetta donna Tramontana, nonch� da essa medesima, in danno della sunnominata scola, ordine e casa.

 

Originale: ASRa, Notai ravennati, vol. 26, �Protocollo del notaio Desiderio Spreti, aa. 1436-1461�, parte II, cc. 20v-22r [A]. Composizione pregiudiziale di lite per indebito impossessamento di titoli comprovanti diritti reali e personali. Volume cartaceo di form. mm 300 x 220.

 

Registrazione di protocollo autografa del notaio ravennate Desiderius de Sprettis.

 

Regesto: �Regg. Bernicoli�, in ASRa.

 

Trascrizione essenziale

 

Eodem millesimo, indictione et pontificatu, die vero vigesima octava mensis februarii ‹1440›.

Cum hoc scit quod condam nobilis vir Petrus Traversaria filius condam nobilis viri domni Gulielmi Francisci et filius et heres condam nobilis donne domine Ayche Traversarie filie condam domni Pauli Traversarii de Ravenna et uxoris condam dicti domni Gulielmi Francisci, dominus et posessor domus Traversariorum de Ravenna, dederit concesserit atque tradederit condam ser Iohanni Bensayo tunc notario publico Ravennati, sindico et sindicario nomine Scole piscatorum de Ravenna et hominum ipsius scole et procuratorio nomine condam Liutii, Lambardelli et domni Petri filiorum et heredum domni Iohannis Balbi de Ravenna presenti petenti recipienti et stipulanti sindicario nomine dicte scole et hominum eiusdem pro duabus partibus, et procuratorio nomine dictorum Liutii, Lambardelli et domni Petri pro tercia parte, quam plurium rerum possessionum terrarum casamentorum vinearum vallium paludum nemorum, prout et sicut in instrumento dicte concessionis locationis et tradictionis latius et aperius apparet, existentium tunc in territorio Ravenne et in riperia Fili ultra et citra Padum, specialiter in villa Lumgastrini, Fossapudule, Rupte Ravennatum cum omnibus suis pertinentibus, et alia loca prout in dicto instrumento continetur, quas quidem res possessiones terras casamenta vineas valludes et paludes supradictas tempore dicti contractus et etiam postea per aliqua tempora, pro dictis duabus partibus, dicta Scola piscatorum et homines ipsius scole tenuerunt ipsisque pro parte vel in totum, et similiter dicti Liutius, Lambardellus et domnus Petrus, et postea eorum heredes et successores.

Et cum dicta Scola piscatorum et homines ipsius scole iure suo uti non potuerunt aliquibus temporibus, quia instrumenta de predictis fuerunt oblita, ita et taliter quod nullo modo reperiri potuerunt; et cum nuperrime ad aures et noticiam hominum dicte Scole piscatorum vel maioris partis ipsius pervenerit quod instrumenta dictarum rerum et iurium ipsius scole sunt et fuerunt penes nobilem et honestam dominam domnam Tramontana filiam olim nobilis viri Poani de Balbis et uxorem circumspecti viri ser Marini de Baldrachanis de Forlivio civis Ravennatis, idicirco congregatis et coadunatis hominibus et universitate hominum scole et ordinis antedicti [[scole]] domus Caxematte piscatorum de Ravenna in ecclesia sancti Michaelis in Affricisco de Ravenna, in coro ipsius ecclesie, in quo loco consuetum est homines dicte scole et ordinis congregari et coadunari ad omnia ipsius scole et ordinis parte actanda et peragenda, in qua quidem congregatione et coadunatione interfuerunt Ac�olinus Boni piscator de Ravenna capitularius dicte scole et ordinis, Iacobus Panochini sacelarius eiusdem, Bonus Salutani, Iohannes Nassimbene, Magrinus Christophori, Gulielmus de Portu, Franciscus de Sancto Archangelo consiliares dicti ordinis, Ravennolus in Christo pater et dominus domnus Aluixius de Puteo, Iohannes Franciscus de Bractis de Ravenna, egregius artium medicine doctor magister Gnolfus de Tizonibus de Ravenna, providus vir Franciscus a Sale de Ravenna, Antonius Ture, Nicolaus Ravignani, Antonius Ghirardelli, Nicolaus Malaruta, Matheus Salutani, Beltramus becharius, Cichinus Martinelli, Nardus Selbarius, Natalis Spadolarinus, Iohannes Bomiohannis et ego Desiderius de Sprettis notarius infrascriptus, omnes homines dicte scole et ordinis, qui unanimiter et concorditer in loco suprascripto more solito facientes et representantes totum ordinem et universitatem predictam vel saltem ipsius maiorem partem, suis nominibus ac nomine et voluntate dicti ordinis et universitatis ac domus Caxematte piscatorum de Ravenna et suorum in dicto ordine scola et domo sucessorum, ac nomine et voluntate omnium aliorum qui presenti contractui et omnibus et singulis infrascriptis non interfuerint, promictentes de rato et rati habitione, videlicet se facturos et curaturos ita citaliter, cum effectu omni exceptione iuris vel facti remota, quod reliqui homines dicte scole et ordinis qui non interfuerint, hoc presens instrumentum et omnia et singula in presenti instrumento inspecta rattifficabunt et approbabunt sub pena et obligatione infrascriptis, presentes, nemine eorum discrepante, suis nominibus et nominibus quibus supradictum est, sponte et ex certa scientia, nec dolo vi vel metu nec per aliquem iuris vel facti errorem seducti, ad talem conventionem compositionem et pactum cum dicta domina Tramontana, et ipsa domina Tramontana cum ipsis, videlicet que dicta domina Tramontana promixit et [[conve]] per pactum solempne convenit dictis hominibus nominibus quibus supra stipulantibus et recipientibus quod cum effectu teneatur et debeat dare assignare et concedere dictis hominibus dicte universitatis scole et ordinis ac Domus piscatorum de Ravenna, vel eorum certo [[nuntio]] et speciali nuntio, omnia et singula et iura quecumque que ipsa domina Tramontana habet in favorem dicte scole et ordinis, et ad ipsam scolam quomodolibet spectantia et pertinentia in dictis rebus a dicto condam Petro Traversaria, ut eis uti valeant et possint in iudicio et extra, et maxime pro illis duabus partibus de quibus sit mentio in dictis instrumentis. Et predicti homines unanimiter et concorditer, suis nominibus et nominibus quibus supradictum est, per pactum expressum et solempnem stipulationem promiserunt dicte domine Tramontane presenti et stipulanti et reccipienti pro se et suis heredibus quod, in casu quo ipsi homines dicte scole seu aliqui alii qui in futurum essent de dicta scola et ordine, occasione dictorum instrumentorum et iurium, dictas res vel aliquam ipsorum partem a detemptoribus earum reccuperarent, quod concedent investient et inovabunt dictam dominam Tramontanam et quamlibet aliam personam quam ipsa voluerit, maxime de omnibus et singulis bonis ipsius scole vel ad ipsam scolam modo aliquo spectantibus et pertinentibus in posterum posessis et detemptis. Hoc tamen acto et con[cordato] et convento intra dictas partes per pactum expressum, quod homines predicti vel alii qui in futurum essent de dicta scola et ordine, seu aliquis alius qui ipsam dominam Tramontanam, vel eam personam quam dicta domina Tramontana voluerit, inovarent et investirent de dictis actionibus ... (omissis)

Absolventes et liberantes dictam dominam Tramontanam eiusque heredes et bona ab omnibus et singulis suprascriptis pensionibus reditis proventibus et exationibus ab omni eo et toto quod ipsa domina Tramontana suique [[actu]] auctores dudum posessores dictarum rerum habuerunt exigerunt et receperunt a quibuscumque personis et hominibus pro dictis rebus casamentis seu casalibus terris vineis vallibus palludibus et nemoribus spectantibus et pertinentibus ad dictam domum et scolam seu ordinem, et ab omnibus et singulis bonis ac rebus per ipsam dominam Tramontanam suosque auctores venditis et alienatis, et ab omni pretio et quantitate ac ab omni eo et toto exinde ipsarum vendictionum et alienationum habito et percepto, et ab omnibus et singulis iuribus et actionibus utilibus et directis eisdem dictis nominibus quoquo modo et tempore competentibus seu competituris, contra ipsam dominam Tramontanam eiusque heredibus et bona, et contra quamcunque aliam personam seu personas, tam occasione dictarum vendictionum et alienationum quam pensionum redituum proventuum fructuum et exactionum ex ipsis bonis et rebus exactorum et perceptorum, quam etiam ex alia quacumque ratione causa iure vel titulo, per Aquilianam stipulationem precedentem et aceptilationem immediate susequentem legitime interpositas ... (omissis)

Promictentes prefati homines suis nominibus et nominibus quibus supra … (omissis) ullo tempore non inferre nec movere, nec inferenti aut moventi aliquantum consentire occasionibus predictis, vel aliquo predictorum, dependentibus emergentibus et conexis ab eisdem, vel alia quavis ratione causa iure vel titulo, de iure vel de facto, sed predictas vindictiones alienationes et tradictiones factas et initas per ipsam dominam Tramontanam suosque auctores, ac predictam conventionem compositionem fine litem et actionem quietationem, et omnia singula in presenti instrumento inserta, perpetuo firma rata atque grata habere tenere attendere observare et efficaciter adimplere et in nullo contra facere vel venire per se vel alium seu alios, modo aliquo, sub pena ducentorum auri solempni stipulatione in singulis capitulis huius contractus in solidum promissa, que pena totiens comitatur et exigi possit cum effectu quotiens contra predicta vel aliquod predictarum contrafactum fuerit. Et ipsa pena comissa, soluta vel non, rata tamen maneant omnia et singula suprascripta et infrascripta. Item refficere etc. pro quibus omnibus et singulis etc.

Insuper, ad maiorem roboris firmitatem omnium et singulorum in presenti instrumento infrascriptorum dicti homines sponte iuraverunt etc.

Actum Ravenne, in ecclesia sancti Michaelis in Affricisco, in coro ipsius ecclesie, presentibus Bartolameo condam Iacobi de Fuxignano, Guidone condam Francischini de Bononia habitatore Ravenne, Bartolameo condam magistri Apolinaris de Miserochis de Ravenna et Bartolameo condam ser Iohannis Tavelii becario de Ravenna, testibus etc.

Et ego Desiderius de Sprettis rogatus scripsi etc.

 

8. – 1506 maggio 15

Radunati nella sala ducale del palazzo del podest�, gli uomini della societ� ossia fraternitas della Domus Amata, in presenza dello stesso podest� cavalier Francesco Capello e del capitano di Ravenna Marino Gritti, fanno solenne donazione alla Serenissima ducale signoria delle Venezie di tutti i diritti reali e personali che competono alla suddetta Domus entro e fuori i confini del territorio ravennate, eccezion fatta per il patrimonio che essa tiene in sue mani al presente e con la conservativa che, una volta recuperati codesti beni dai loro illegittimi detentori, la suddetta Domus sia rimessa nel pieno possesso della met� di essi, senza suo altro gravame o esborso.

 

Originale: ASRa, Notai ravennati, vol. 125, �Protocollo del notaio Geronimo Minghino de' Sartori, aa. 1501-1519�, cc. 14v-15v [A]. Donazione. Volume cartaceo di form. mm 290 x 215.

 

Registrazione di protocollo autografa del notaio ravennate Hieronimus Minghinus de Sartoribus.

 

Edizione: U. ZACCARINI, Casa Matha, pp. 9-14 (trascrizione) e 18-21 (traduzione).

 

Illustrissimo Ducali Dominio Venetiarum donatio facta per Domum Amatam Ravennae

 

In nomine Domini nostri Iesu Christi. Anno ab eius nativitate 1506., indictione nona, tempore pontificatus sanctissimi in Christo patris et domini domni Iulii secundi divina providentia pontificis maximi, die vero decima quinta mensis maii.

Quum Domus Amata sive societas vel fraternitas hominum Domus Amatae civitatis Ravennae pacifice et quiete, bonis et iustis titulis, per multos annos atque tempora iam decursa tenuerit et possederit in territorio et etiam extra territorium Ravennae magnam et bonam quantitatem sive numerum tornaturarum terrae tam modo araturae et prativae quam nemorosae, paludosae, saltuosae et sallinae, et praesertim ad locum Savarnae, quae quantitas bonorum iniuste et indebite et contra omne iux debitum praedictis hominibus sive societati fuit occupata et, quod peius est, iura, instrumenta et emolumenta eiusdem fuerunt occultata, ne ullo unquam tempore dicta Domus sive intervenientes pro ea possent ostendere de iuribus eiusdem, quod quidem divina et humana iura laedit et offendit; et quoniam dicti homines intendunt iura et emolumenta dictae Domus defendere et consequi, et ne dolus, fraus sive aliqua prava machinatio suo autori prodesse possit cum offensione iustitiae; eapropter Laurentius filius condam Andreae de Raphanellis massarius, Albertus filius condam Ioannis de Martinellis capitularius et ser Antonius filius condam Nicolai de Rasponibus et Jacobus filius condam Baldini de Rubeis sindici, ser Sebastianus filius condam ser Marsilii de Thomasiis et Iulianus filius condam Salvatoris de Salvatoribus consiliarii et Laurentius aliter Marzoccus plazarius dictae Domus, Petrus Franciscus filius condam Dominici de Martinellis, Nicolaus filius condam Antonii de Bensais et Ioannes filius suprascripti ser Antonii Rasponi, omnes spontaliter congregati et coadunati de mandato dicti massarii et consiliariorum ac aliorum officialium suprascriptorum in loco infrascripto, quem sibi aptum et idoneum ellegerunt et deputaverunt pro infrascriptis omnibus et singulis faciendis et peragendis, non extantibus aliis qui ad infrascripta vocari debeant. Facientes et repraesentantes dictam Domum sive fraternitatem dictae Domus, habito prius inter ipsos maturo consilio, volentes potius fidei et integritati illustrissimi et excellentissimi Ducalis Dominii Venetiarum quam cuiuscunque alterius personae comunis et collegii civitatis tractare et committere et dedere, unanimiter et concorditer ex causa donationis pure, libere, simpliciter et irrevocabiliter inter vivos dederunt, cesserunt, transtulerunt et mandaverunt magnificis et clarissimis domino Francisco Capello equiti Potestati et domino Marino Grito Capitaneo, pro antedicto serenissimo Ducali Dominio Venetiarum dignissimis rectoribus civitatis Ravennae et eius districtus ibidem praesentibus et nomine ac vice praefati illustrissimi Ducalis Dominii, recipientibus omnia iura et actiones reales et personales, utiles et directas quae vel quas dicta Domus habebat seu habere poterat in bonis, rebus seu terris araturis, prativis, vallivis, nemorosis vel pascuosis et cuiuscunque generis existentibus tam in territorio Ravennae infra terras confinium modo positorum inter praefatum excellentissimum Ducale Dominium Venetiarum et illustrissimum ducem Ferrariae, quam etiam extra territorium ubilibet positis et confinatis intra sua latera et confines quandocunque et qualitercunque dictae Domui spectantibus et pertinentibus, exceptis intellectis et non intellectis terris et bonis cuiuscunque generis per dictam Domum sive homines dictae Domus de praesenti tentis et possessis, quae res et bona non cadant in praesentem contractum, sed illa sint Domus praedictae. Contra et adversus dictarum terrarum et bonorum detentores et possessores quoscunque ac eorum haeredes constituentes, praefatum illustrissimum Dominium procurat tanquam in rem suam et ponens ipsum in locum eorum, ita ut quodammodo eorum nominibus actionibus utilibus et directis possint adversus quoscunque detentores et occupatores iurium et bonorum dictae Domus ac eorum haeredes occasione praedicta agere et experiri, excipere et replicare, consequi et se tueri, et omnia et singula facere quemadmodum ipsa poterat. Hoc tamen adhibito et declarato: quod praefatum illustrissimum Ducale Dominium, recuperatis et vendicatis dictis bonis in totum vel pro parte, sua solita clementia et etiam liberalitate dignetur et debeat dari et assignari facere praedictae Domui sive intervenientibus pro ea medietatem omnium et singularum rerum et bonorum ut supra acquirendorum, nullis resarcitis expensis per dictam Domum circa recuperationem huiusmodi faciendis per dictum excellentissimum Dominium.

Et de hoc praefati illustrissimi Dominii clementiam reverenter et humillime rogant et deprecantur dicti homines, promittentes per solemnem stipulationem praefatis magnificis et clarissimis dominis rectoribus ut supra stipulantibus praedictam cessionem et donationem ut supra factam, et omnia et singula suprascripta perpetuo firma et rata habere, tenere et non contrafacere vel venire aliqua ratione vel causa, de iure vel de facto, sub paena et obligatione omnium bonorum dictae Domus. Et paena aliqua soluta vel non, rata maneant omnia et singula suprascripta; revocando dicti homines omnem aliam donationem per ipsos huicunque factam etc.

Insuper licet praenominati omnes homines dictae Domus sive maiores tantum, ad maius robur praemissorum, unusquisque ipsorum iuraverunt corporaliter, manibus tactis scripturis ad sacra Dei evangelia, ad delationem praefati magnifici et clarissimi domini Potestatis iuramentum deferrentis se praedicta omnia et singula perpetuo firma et rata habere, tenere et non contrafacere vel venire aliqua ratione vel causa, de iure vel de facto, sub paena praedicta. Et paena periurii etc.

Actum in civitate Ravennae in guaita sancti Michaelis in Affricisco, in palatio praefati magnifici domini Potestatis, in camera ducali, praesentibus egregiis Baldasare filio condam Sanctis de Barroncellis, Ioanne filio condam Philippi Guacimmani et Andrea filio condam Antonii de Ronciniis, omnibus civibus et habitatoribus Ravennae, testibus rogatis.

 

9. – 1506 maggio 30

I Capi del Consiglio dei Dieci rispondono alla lettera in data 16 maggio con la quale i rettori di Ravenna comunicavano la donazione allo stato veneto da parte della Casa Amata di un �cos� vasto latifondo�, encomiandoli per il risultato conseguito e raccomandando loro di proseguire con altrettanta diligenza nel recupero di tutti i relativi documenti di propriet�, tenendo lo scrivente Consiglio dettagliatamente informato di ogni sviluppo dell'importantissima faccenda.*

 

Originale: ASVe, Lettere Capi, Bust. 6, p. 157 [A]. Minuta di lettera ducale da inviare, con soscrizioni autografe di Bernardo Bembo e di due Capi del Consiglio.

 

Edizioni: FANTUZZI, Monumenti, IV, pp. 486-7, n. 175; U. ZACCARINI, Casa Matha, pp. 15-7 (trascrizione) e 21-2 (traduzione).

 

‹Leonardus Lauredanus Dei gratia dux Venetiarum nobilibus et sapientibus› Rectoribus Veneticis Ravenne.

 

Receptis et intellectis binis literis vestris diei xvi. instantis, ad nos et capita Consilii nostri Decem directivis tam circa descriptionem per vos factam fieri animalium que venerunt pasculatum super pascuis que restiterunt Dominio nostro intra confinia iam posita, ad finem et effectum quod nihil vadat in sinistrum; et audito insuper quantum per ipsas literas subiungitis de illis fidelibus nostris Domus Amate, fraternitatis sive ordinis antiqui illius civitatis, qui, ut scribitis, mediantibus vicario et cancellario vestro fecerunt donationem liberam et expressam Dominio nostro omnium rationum et actionum quas eadem fraternitas habere posset in vallibus, paludibus et terris positis in territorio nostro Ravenne et intra confinia posita eidem fraternitati spectare possent, et hoc in presentia vestra, et qui, ut scribitis, propterea rogaverunt et rogant dominium nostrum ut quid de quanto possidebimus velimus facere sibi partem etc. Laudavimus nimirum et laudamus plurimum vestram quam videmus diligentiam in rebus proficuum et utile Dominii nostri concernentibus et maxime importantie cuiusmodi est ista. Et propterea cum capitibus Consilii nostri Decem vobis dicimus respondentes ut, sicuti cepistis, ita pari diligentia continuare debeatis in inquirendis et habendis omnibus illis scripturis que conducant ad completam recognitionem et intelligentiam predictarum rerum et bonorum, circa quod dispensabitis tum totam illam diligentiam que convenit importantie tanti latifundii quantum scribitis. Et de quanto fuerit per vos inventum et recognitum dabitis per diligentissimas literas vestras particularem notitiam nobis et capitibus Consilii nostri Decem, quoniam, si res exibit, in tali casu non sumus defuturi de solita nostra gratitudine fraternitati predicte. Pro quanto vero spectat ad scripturas quas desideratis habere et que, ut scripsistis, sunt in manu oratorum illius fidelissime comunitatis hic agentium, fuerunt per illos in partem nobis presentate, cum promissione presentandi certas alias quas miserunt acceptum istic Ravenne. Quas omnes vobis mittemus, ut melius et fundatius possitis facere recognitionem predictam.

Ansentientes:

Bernardus Bembus doctor legum;

Petrus Chapellus caput Consilii Decem;

Georgius Ticonus caput Concilii Decem.

XXX. Maii 1506.

‹Datum in nostro ducali palatio die XXX. Maii, indictione VIIII., MDVI.

 

* Il testo di questo documento riproduce la minuta della risposta del governo di Venezia alle missive in oggetto dei rettori veneti di Ravenna, testo compilato nella seduta dei Capi del Consiglio dei Dieci presieduta da Bernardo Bembo il 30 maggio 1506. Questa minuta si tradurr� poi nella lettera ducale, a firma del doge Leonardo Loredan, emessa in pari data all'indirizzo dei medesimi rettori di Ravenna, che � pubblicata dal Fantuzzi, al luogo cit. Fra il testo di questa minuta e quello del mundum a firma del doge, pubblicato – come s'� detto – dal Fantuzzi, sussistono alcune diversit� formali, evidentemente non tutte e non soltanto dovute alla trascrizione paleografica. In particolare � da notare, nel mundum, la scomparsa dell'emblematico inciso �si res exibit� (cio� �se la cos� andr� a buon fine�) che compare — addirittura sottolineato — nel testo di questa minuta del Consiglio dei Dieci.

 

Bibliografia relativa a questa appendice documentaria

 

G. BUZZI, La Curia ravennate e la Curia cittadina di Ravenna dall'850 al 1118 (Studio diplomatico preparatorio all'edizione delle carte ravennati), in �Bullettino dell'Istituto storico italiano�, n. 35 (1915), pp. 7-187.

V. CARRARI, �Storia di Romagna a tutto il 1522�, 3 voll. mss. [sec. XVIII] in Bibl. Classense, Mob. 3.2.D.

F. CROSARA, Le scole ravennati dell'alto medioevo e la Carta Piscatoria del 943, Modena 1949.

M. FANTUZZI, Monumenti ravennati de' secoli di mezzo per la maggior parte inediti, 6 tt., Venezia 1801-1804.

G. M. MONTI, Le corporazioni nell'evo antico e nell'alto medioevo, Bari 1934.

L.A. MURATORI, Antiquitates Italicae medii aevi …, 6 voll., Mediolani 1738-1741.

M. PIERPAOLI, Storia di Ravenna. Dalle origini all'anno mille, Ravenna 1986.

G. RABOTTI, Osservazioni sullo svolgimento del notariato a Ravenna tra XI e XII secolo, in Studio bolognese e formazione del notariato (Convegno organizzato dal Consiglio Notarile di Bologna con il patrocinio dell'Universit� degli Studi di Bologna, Bologna 6 maggio 1989), Milano 1992, pp. 161-82.

C. SPRETI, Notizie spettanti all'antichissima Scola de' pescatori in oggi denominata Casa Matha, Ravenna s. a. [imprimatur 1839, ma 1840].

L. SIMEONI, Un documento del 1111 di un'ignota corporazione ravennate, in �Rendiconti della R. Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna. Classe di Scienze morali�, s. 4�, VI (1942-43).

A. VESI, Documenti editi e inediti che servono ad illustrare la Storia di Romagna scritta da –, vol. I, Bologna 1845.

U. ZACCARINI, Revisione della Carta piscatoria ravennate del 943, in �Quaderni della Casa Matha�, n. s., fasc. I (1988), pp. 31-2.

ID., Casa Matha e dominio ducale veneto di Ravenna. La “donatio bonorum” del 1506 alla Serenissima Repubblica, presentazione del Primo Massaro P. Zampighi (Documenti della Casa Matha, fasc. 2, nov. 1990), Ravenna [1990].

 



[1] Cfr. Statuto del secolo XIII del Comune di Ravenna pubblicato di nuovo con correzioni, indice e note, cur. Andrea Zoli e Silvio Bernicoli (Monumenti istorici pertinenti alle provincie di Romagna pubblicati a cura della R. Deputazione storica romagnola. S. 1�: Statuti), Ravenna 1904, p. {!}151, cap. 327, rubrica: Quod nulla meretrix vel homo male fame habitet in ravenna et specialiter a domo etc. Per la datazione “ al piu tardi ” di questo come degli altri capitoli dello Statuto in questione si tenga presente che non si conoscono parti o disposti d’esso che siano criticamente databili dopo il 1268.

[2] Se ne veda il ristretto in M. Fantuzzi, Monumenti ravennati de’ secoli di mezzo per la maggior parte inediti, Venezia 1801-1804, III (1802), p. 415, n. 137, c. 153.

[3] Parzialmente edito in C. Spreti, Statuti e rubriche dell’Ordine della Casa Matha…, Ravenna s.a. [ma 1840]. Il marchese Camillo Spreti (1743-1830), poligrafo soprattutto di studi storici ravennati, era socio eminente e, insieme, cospicuo utilista dei beni della Casa Matha.

[4] In vari punti di questi statuti dei primi del sec. XIV, la cui redazione autentica si legge nel cit. “ Cartolare della Casa Matha ”, si fa rinvio a uno Statutum vetus oggi perduto.


Note al testo di A. I. Pini

 

* Questo saggio fu pubblicato nella �Nuova rivista storica�, LXXVI, fasc. III (1992), pp. 729-76.

 

(1) M. CORTELLAZZO - P. ZOLLI, Dizionario etimologico della lingua italiana, vol. IV, Bologna 1988, p. 1170; DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis, vol. VI, Graz (rist.) 1954, p. 349.

 

(2) Gi� il Corpus Iuris (I, 23, 7) indica, del resto, come sinonimi schola, corpus, officium e universitas.

 

(3) L. A. MURATORI, Antiquitates Italicae Medii Aevi, vol. VI, Milano 1742, Diss. LXXV: De piis laicorum confraternitatibus earumque origine, coll. 455-57.

 

(4) G. M. MONTI, Le confraternite medioevali dell'Alta e Media Italia, vol. I, Venezia 1927, p. 68.

 

(5) Per una bibliografia completa e aggiornata sulle corporazioni, cfr. R. GRECI, Un saggio bibliografico su corporazioni e mondo del lavoro, in ID., Corporazioni e mondo del lavoro nell'Italia padana medievale, Bologna 1988, pp. 45-92.

 

(6) Per un inquadramento complessivo, cfr. E. GARIN, La cultura italiana tra '800 e '900, Bari 19762. Opera classica � poi, come noto, B. CROCE, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, Bari 1930 (2°ed.).

 

(7) Cfr. G. TABACCO, La citt� italiana fra germanesimo e latinit� nella medievistica ottocentesca, in Il Medioevo nell'Ottocento in Italia e Germania, a cura di R. Elze e P. Schiera, Bologna 1988, pp. 23-42.

 

(8) R. MANSELLI, La storiografia dal romanticismo al positivismo, in Cultura e societ� in Italia nell'et� umbertina. Problemi e ricerche, Milano 1981, pp. 189-206; M. MORETTI, La storiografia italiana e la cultura del secondo Ottocento. Preliminari ad uno studio su Pasquale Villari, in �Giornale critico della filosofia italiana�, LX (1981), pp. 300-372; E. ARTIFONI, Medioevo delle antitesi. Da Villari alla �Scuola economico-giuridica�, in �Nuova rivista storica�, LXVIII (1984), pp. 367-380.

 

(9) R. GRECI, Un ambiguo patrimonio di studi tra polemiche, inerzie e prospettive, in ID., Corporazioni e mondo del lavoro cit., pp. 11-43; E. OCCHIPINTI, Quarant�anni di studi italiani sulle corporazioni medievali tra storiografia e ideologia, in �Nuova rivista storica�, LXXIV (1990), pp. 101-174.

 

(1O) A. SOLMI, Le associazioni in Italia avanti le origini del Comune. Saggio di storia economica e giuridica, Modena 1898.

 

(11) C. CALISSE, Le associazioni in Italia avanti le origini del Comune, in �Rivista intern. di scienze sociali�, XVIII (1898), pp. 505-521; E. BESTA, rec. in �Rivista italiana di sociologia�, II, n. 5 (1898), p. 156; G. AEIAS, rec. in �Rivista storica italiana�, XV (1898), pp. 280-286; N. TAMASSIA, Le associazioni in Italia nel periodo precomunale, in �Archivio giuridico�, LXI (1898), pp. 121-141, ora in ID., Scritti di storia giuridica, vo1. I, Padova 1964, pp. 593-617. A queste recensioni replicava, sfumando di poco le sue posizioni, il Solmi in A. SOLMI, Per la storia delle associazioni nell'alto Medioevo, in �Archivio giuridico�, LXII (1899), pp. 143-53.

 

(12) TAMASSIA, Le associazioni in Italia cit., p. 613: �Qualunque siano le ragioni che raccolsero in iscola i pescatori della Casa Matha� il fatto notevole � l'aspetto o la figura giuridica della schola da essi assunto. E questo perch� l'istituzione era tutt'altro che morta, ma sempre viva e presente. Anche Odofredo dice che le societ� anticamente chiamavansi scholae, e poi mutarono nome, ci� che prova l'affievolirsi della tradizione bizantina, col progresso de' tempi�.

 

(13) Oltre ai saggi di Greci e Occhipinti gi� cit. alla nota 9, cfr. G. DAGMAR FLASCASSOVITTI, La medievistica italiana tra Otto e Novecento e il problema delle corporazioni medievali. L'ambiente culturale della Rivista internazionale di scienze sociali, in �Annali della facolt� di Lettere e Filosofia dell'Universit� di Lecce�, 7 (1975-76), pp. 173-193; E. ARTIFONI, Forme del potere e organizzazione corporativa in et� comunale: un percorso storiografico, in Economia e corporazioni. Il governo degli interessi nella storia d'Italia dal medioevo all'et� contemporanea, a cura di C. Mozzarelli, Milano 1988, pp. 9-40. Oltre agli studiosi gi� citati alla nota 11, ricorderemo tra i sostenitori della �continuit� il Monticolo, il Roberti, il Gualazzini, il Simeoni, il Micheli, l'Arias, il Leicht, il Luzzatto, il Lopez e molti altri; tra i pochi sostenitori della �non-continuit� il Monneret de Villard, il Volpe, il Monti e il Carli. Tra gli studiosi stranieri saranno almeno da ricordare l'Hartmann, il Waltzing, l'Eberstadt, il Doren e il Mickwitz, tutti pi� o meno propensi, tranne l'ultimo, a puntare sulla �continuit�. Suona pertanto non solo ingeneroso, ma del tutto fallace - anche ammesso volesse riferirsi soltanto agli storici �provinciali� - il secco giudizio che dava degli studi corporativi nel 1950 Gabriele Pepe: �Che dire poi della gazzarra intorno al problema delle corporazioni medievali? � Chi indagher� questa sciagurata epoca della nostra storia, trover� qualche cosa da dire intorno ai piccolissimi uomini che gonfiarono un problema storiografico di una assai mediocre importanza� (G. PEPE, Gli studi di storia medievale, in Cinquant�anni di vita intellettuale italiana: 1896-1946, a cura di C. Antoni e R. Mattioli, Napoli 1950, p. 131).

 

(14) Cfr. G. ARIAS, Il sistema della costituzione economica e sociale italiana nell'et� dei Comuni, Roma 1905 (rist. an., Roma 1970) e G. VOLPE, rec. in �La critica�, IV (1906), pp. 33-52, ora in ID., Medio evo italiano, Firenze 1961, pp. 285-309. Sul Volpe, cfr. I. CERVELLI, Gioacchino Volpe, Napoli 1977.

 

(15) Il testo delle Honorantie, scoperto, come si � detto, da Renato Soriga nel 1914, venne edito per la prima volta dal Solmi in A. SOLMI, Il testo delle Honorantie civitatis Papie, in �Archivio storico lombardo�, XLVII (1920), pp. 177-192, e riedito in ID., L'amministrazione finanziaria del Regno Italico nell'alto medioevo, Pavia 1932. Edizioni pi� accurate e pi� recenti in A. HOFMEISTER, Instituta Regalia et Ministeria Camerae Regum Langobardorum et Honorantiae civitatis Papie, in M.G.H., Scriptores, XXX/2, Hannover 1934, pp. 1444-53 e in C. BR�HL - C. VIOLANTE, Die �Honorantie civitatis Papie�, K�ln-Wien 1983.

 

(16) Al dibattito, in cui la difesa della �continuit� era sostenuta da Pier Silverio Leicht e quella della �non-continuit� da Filippo Carli, presero parte molti altri storici, tra i quali il Volpe, il Fedele e l'Ercoli. Sulla discussione che si ebbe, cfr. M. DI LORENZO, Nuove discussioni sull'origine delle corporazioni medievali, in �Nuova rivista storica�, XXII (1938), pp. 102-107.

 

(17) P. S. LEICHT, Corporazioni romane e arti medievali, Torino 1937. Le conclusioni dell'A. sono sostanzialmente mantenute, pur con qualche sfumatura diversa, in ID., Operai, artigiani, agricoltori in Italia dal secolo VI al XVI, Milano 1946.

 

(18) Alla base del nuovo corso della ricerca va posto R. S. LOPEZ, Continuit� e adattamento nel medioevo: un millennio di storia delle associazioni di monetieri nell'Europa medievale, in Studi in onore di Gino Luzzatto, vol. I, Milano 1950, pp. 74-117. Il Lopez ha ripreso l'argomento in An aristocracy of money in the early Middle Age, in �Speculum�, XXVIII (1953), pp. 1-43 e in Moneta e monetieri nell'Italia barbarica, in Moneta e scambi nell'alto medioevo (CISAM, V), Spoleto 1961, pp. 57-88. Non convinto della continuit� delle corporazioni dei monetieri invece C. VIOLANTE, La societ� milanese nell'et� precomunale, Bari 1953, pp. 56-60. Cfr. anche C. VIOLANTE, L'organizzazione di mestiere dei sarti pisani nei secoli XII-XV, in Studi in onore di Armando Sapori, vo1. I, Milano 1957, pp. 433-466 (ora in ID., Economia, societ�, istituzioni a Pisa nel Medioevo, Bari 1980, pp. 253-298). Per interventi successivi sul problema delle origini cfr. A. I. PINI, L'associazionismo medievale: Comune e corporazioni, Bologna 1974; ID., Potere pubblico e addetti ai trasporti e al vettovagliamento nel medioevo: il caso di Bologna, in �Nuova rivista storica�, LXVI (1982), pp. 253-281 (ora ried. col titolo Alle origini delle corporazioni medioevali: il caso di Bologna, in ID., Citt�, comuni e corporazioni nel medioevo italiano, Bologna 1986, pp. 221-258). Per possibili nuovi tipi di approccio al tema, cfr. A. I. PINI, Le arti in processione. Professioni, prestigio e potere nelle citt�-stato dell'Italia padana medievale, in Lavorare nel medioevo, Perugia 1983, pp. 65-107 (ora in ID., Citt�, comuni e corporazioni cit., pp. 259-291). Ma vedi anche R. GRECI, Forme di organizzazione del lavoro nelle citt� italiane tra et� comunale e signorile, in Le citt� in Italia e in Germania nel medioevo, a cura di R. Elze e G. Fasoli, Bologna 1981, pp. 81-117 (ora in ID., Corporazioni e mondo del lavoro cit., pp. 129-155).

 

(19) GRECI, Un ambiguo patrimonio di studi cit., p. 12.

 

(20) Esemplare sotto questo aspetto il volume di saggi di GRECI, Corporazioni e mondo del lavoro cit. Ma cfr. anche i suggerimenti tematici avanzati dal Cherubini in G. CHERUBINI, Artigiani e salariati nelle citt� italiane del tardo medioevo, in Aspetti della vita economica medievale. Atti del Convegno di studi nel X anniversario della morte di Federigo Melis, Firenze 1985, pp. 1-25. Cfr. pure la rassegna delle relazioni tenute al seminario su �Le corporazioni di mestiere nelle citt� padane fra XIII e XV secolo� organizzato da G. Soldi Rondinini e A. I. Pini (Gargnano, 27-29 settembre 1984), in G. BONFIGLIO DOSIO, Le corporazioni di mestiere nelle citt� padane fra XIII e XV secolo, in �Rassegna degli Archivi di Stato�, XLV (1985), pp. 580-586.

 

(21) ARTIFONI, Forme del potere e organizzazione corporativa cit., p. l�.

 

(22) TH. MOMMSEN, in �Zeitschrift f�r Sozial - und Wirtschaftsgeschichte�, I (1893), p. 44, cit. in L. M. HARTMANN, Zur Geschichte der Z�nfte im fr�hen Mittelalter, in ID., Zur Wirtschaftsgeschichte Italiens im fr�hen Mittelalter, Gotha 1904, pp. 16-41, a pp. 40-41.

 

(23) Sul concetto di �fascio di strade� e di �area di strada� insiste molto G. SERGI, Potere e territorio lungo la strada di Francia. Da Chamb�ry a Torino fra X e XIII secolo, Napoli 1981. Cfr. anche TH. SZAB�, Comuni e politica stradale in Toscana e in Italia nel Medioevo, Bologna 1992.

 

(24) Sui collegia o corpora romani resta fondamentale J. P. WALTZING, Etude historique sur les corporations professionnelles chez les Romains depuis les origines jusqu'� la chute de l'Empire d'Occident, Bruxelles-Louvain, 1895-1900. Ma vedi anche L. CRACCO RUGGINI, Le associazioni professionali nel mondo romano-bizantino, in Artigianato e tecnica nella societ� dell'alto Medioevo occidentale (CISAM, XVIII), Spoleto 1971, pp. 58-193.

 

(25) Sulle corporazioni bizantine cfr. gli studi di J. Nicole raccolti in To eparchik�n bibl�on. The Book of the Eparch. Le Livre du Pr�fet, introd. di I. Dujcev, London, Variorum Reprints 1970. Cfr. anche A. ST�CKLE, Sp�tr�mische und byzantinische Z�nfte, Leipzig 1911; E. FRANCES, L'�tat et les m�tiers � Bysance, in �Byzantino-slavica�, XXIII (1962), pp. 231-49; S. VRYONIS, Byzantine Demokratia and the guilds in the eleventh century, �Dumbarton Oaks Papers�, 17 (1963), pp. 289-314.

 

(26) Della Schola piscatorum e della Casa Matha di Ravenna si sono interessati tutti gli studiosi di corporazioni medioevali, dando per scontato che si trattasse della stessa corporazione che aveva mutato nome nel corso del tempo. Tra gli studi pi� recenti che accennano alla Schola in questione, cfr. P. RACINE, Les associations de m�tiers en Italie durant le haut Moyen Age, in �Nuova rivista storica�, LXIV (1980), pp. 505-23; ID., Associations de marchands et associations de m�tiers en Italie de 600 � 1200, in Gilden und Z�nfte. Kaufm�nnische und gewerbliche Genossenschaften im fr�hen und hohen Mittelalter (Vortr�ge und Forschungen, XXIX), Sigmaringen 1985, pp. 127-149. Per gli studi del Crosara cfr. nota 28.

 

(27) Dopo l'edizione del Muratori (cfr. n. 3) vi sono state diverse altre edizioni del documento (ad es. in M. FANTUZZI, Monumenti ravennati de' secoli di mezzo per la maggior parte inediti, voll. 6, Venezia 1801-1804, vol. IV, pp. 174-5). La pi� recente e accurata � quella di U. Zaccarini che si presenta qui nell'Appendice documentaria (n. 1). Colgo qui l�occasione per ringraziare Umberto Zaccarini non solo per l'Appendice documentaria apprestata per l'occasione, ma anche per il prezioso aiuto fornitomi in varie fasi della ricerca. La cartina geografica, sempre predisposta dallo Zaccarini, � stata disegnata dal dott. Stefano Cremonini del dipartimento di Discipline geografiche e geologico-ambientali dell'universit� di Bologna, che pure ringrazio.

 

(28) Studioso specifico del problema delle scholae ravennati e della Casa Matha � stato Fulvio Crosara, sostenitore convinto della �continuit�. Cfr. F. CROSARA, Le �scole� ravennati dell'alto medioevo e la Carta Piscatoria del 943, in �Archivio giuridico�, CXXXVII (1949), fasc. I, pp. 33-65; fasc. 2, pp. 9-42 (e, in estratto, Modena 1949); ID., La redazione statutaria dell'Ordine della Casa Matha nella Ravenna del Trecento, Roma 1965; ID., La teoria della �continuit� storica� nell'interpretazione degli storici del diritto, in Seminario italo-tedesco di Storia del diritto, Milano 1972, pp. 159-76; ID., Le corporazioni antiche e medievali a Roma, Costantinopoli e Ravenna e Ravenna medievale e moderna nella legislazione statutaria, in AA.VV., Antiche corporazioni, Ravenna 1981, pp. 11-46, 113-32.

 

(29) FANTUZZI, V, p. 249, n. 28.

 

(30) Sulla patrimonialit� dell'arcivescovo ravennate, che si concentrava nella Romagna e nelle Marche, ma che si estendeva anche in Istria, nel Ferrarese, nel basso Veneto, in Umbria e persino in Sicilia (sino alla conquista dell'isola da parte dei Musulmani nel IX secolo), cfr. G. FASOLI, Il dominio territoriale degli arcivescovi di Ravenna fra l'VIII e l'XI secolo, in I poteri temporali dei vescovi in Italia e in Germania nel Medioevo, a cura di C. G. Mor e H. Schmidinger, Bologna 1979, pp. 87-140 e EAD., Il patrimonio della Chiesa di Ravenna, in Storia di Ravenna, II/1, Dall'et� bizantina all'et� ottoniana, a cura di A. Carile, Venezia 1991, pp. 389-400.

 

(31) Sulla schola degli ortolani romani, cfr. L. M. HARTMANN, Urkunde einer romischen G�rtnergenossenschaft vom Jahre 1030, Freiburg i. Br. 1892; ID., Ecclesiae S. Mariae in via Lata tabularium, vol. I, Vienna 1895. Il doc. � edito anche in G. M. MONTI, Le corporazioni nell'evo antico e nell'alto medio evo, Bari 1934, pp. 224-27

 

(32) Queste le conclusioni anche del Mickwitz, per il quale la Schola piscatorum non sarebbe una Z�nft, cio� una vera e propria corporazione, ma una semplice P�chtergenossenschaft, cio� un consorzio di affittuari. Cfr. G. MICKWITZ, Die Kartellfunktionen der Z�nfte und ihre Bedeutung bei der Entstehung des Zunftwesens, Helsingfors 1936 (rist. an. Amsterdam 1968), pp. 186-87. E proprio sulla base di questo tipo di enfiteusi ecclesiastiche di terreni vallivi e paludosi a sfondo migliorativo che si sono poi formate, in altre zone, le ben note �partecipanze agrarie�, sulle quali cfr. ora Terre e comunit� nell'Italia padana. Il caso delle Partecipanze Agrarie emiliane: da beni comuni a beni collettivi, a cura di E. Fregni, Mantova 1992 (= �Cheiron�, nn. 14-15, aa. 1990-91, pp. 1-338).

 

(33) Sulla schola negotiatorum, cfr. FANTUZZI, I, p. 186 n. 9 (19 settembre 954); pp. 133-35 n. 25 (26 ottobre 954). Sulla schola macellatorum, cfr. FANTUZZI, I, p. 228 n. 72. Esiste poi un documento tuttora inedito del 3 marzo 980 (Archivio Arcivescovile di Ravenna = AAR, n. 2348) in cui � nominata una schola callicariorum. Vedine il regesto in Storia di Ravenna, II/1 cit., pp. 513-14.

 

(34) FANTUZZI, III, p. 379 n. 1; C. SPRETI, Notizie spettanti all'antichissima Scola de' Pescatori in oggi denominata Casa Matha, Ravenna 1839, vol. I, p. 228 n. 3; CROSARA, Le �schole� ravennati cit., p. 64.

 

(35) L'errore di datazione risulta gi� chiarito in SOLMI, Le associazioni cit., p. 123 n. 5 e in HARTMANN, Zur Geschichte der Z�nfte cit., p. 29 n. 4.

 

(36) Appendice documentaria, n. 2. Da notare come nel documento non si parli espressamente di una �schola piscatorum�, ma si faccia solo riferimento ad una �predicta scola�. Che questa sia per� sicuramente la Schola piscatorum lo dimostrano i nomi dei �confratres�, nomi che si ritrovano nei successivi documenti del 9 maggio 1082 (FANTUZZI, III, p. 379 n. 3) e 28 novembre 1083 (Ibid., n. 4) dove si parla esplicitamente di Schola piscatorum. Da notare inoltre come il �Vido Tosco Petri de Gontaredo� vada in effetti inteso come �Vido Tosco, Petro de Gontaredo�. Che gli individui siano due lo dimostra il fatto che Pietro di Gontaredo risulta poi capitularius della corporazione per tutti i tre decenni successivi sino al 1112. Probabilmente l'errore di Petro in Petri � opera del copista che trascrisse il documento circa un secolo dopo.

 

(37) La valle Fenaria si estendeva a nord-ovest della citt� (vedi cartina) e quella Zusverti a nord-nord-ovest, oltre il Po di Primaro. Nell'insieme le due valli misuravano, stando ai calcoli dello storico cinquecentesco ravennate Girolamo Rossi, pi� di 36 mila tornature, pari a circa 12 mila ettari (H. RUBEUS, Historiarum Ravennatum libri X, Venetiis 1589, p. 508).

 

(38) �Regalia sunt hec: arimannie, vie publice, flumina navigabilia et ex quibus fiunt navigabilia, portus, ripatica (�) piscationum redditus et salinarum�� (M.G.H., Constitutiones, I, n. 175 p. 244).

 

(39) FANTUZZI, III, pp. 379-80, nn. 2-6. Sul conte imolese Guido �detto Arardo�, capostipite dei conti di Bagnacavallo, cfr. G. FASOLI, I conti e il comitato di Imola (secc. X-XIII), in �Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le antiche province di Romagna� (d'ora innanzi AMR), VIII (1942-43), pp. 120-192, a pp. 127-131. Per la famiglia Traversari cfr., pur se spesso inaffidabile, SPRETI, Notizie cit., vol. I, pp. 125-28 e G. LAZZAROTTO, I Traversari di Ravenna, Ravenna, s. d. [ma 1963].

 

(40) FANTUZZI, III, p. 382, n. 18.

 

(41) Ibid., p. 382 no. 14, 15 ecc.

 

(42) Appendice documentaria, n. 3.

 

(43) AAR, n. 3189. Il documento � edito in A. VASINA, Romagna medievale, Ravenna 1970, p. 207 (con la data errata 1129). In esso l'arcivescovo Gualtiero concede a Domenico di Leone, Martino di Birza, Paolo, Zudolino, Martino �pescivendolo�, Pietro di Ugone, Gazzolo di Pietro di Arduino, Giovanni di Pietro chierico, Giovanni tabellione e altri, tutti appartenenti ad un ordo imprecisato di Cesena, di commerciare in esclusiva pesci, ferro, panni ed altra mercanzia a Cesena e nel suo vicariato. Cenni sul valore del documento in A. I. PINI, L'economia di Cesena e del Cesenate in et� malatestiana e post-malatestiana (1378-1504), in Storia di Cesena, 11/2, Il medioevo (secc. XIV-XV), a cura di A. Vasina, Rimini 1985, pp. 167-256, a p. 208.

 

(44) Per la storia di Ravenna in et� comunale, oltre all'opera cinquecentesca di Girolamo Rossi cit. alla nota 37, molte pagine in A. VASINA, Le autonomie cittadine in Romagna, in ID., Romagna medievale cit., pp. 137-209 e ID., Comuni e signorie in Emilia e in Romagna, Torino 1986. Ma vedi ora A. I. PINI, Il comune di Ravenna fra episcopio e aristocrazia cittadina, in Storia di Ravenna, III, L'et� comunale e signorile, a cura di A. Vasina, Venezia 1992, pp. 201-57.

 

(45) Il doc. � in Archivio Capitolare di Ravenna, S. Maria in Porto, H 2194, edito in VASINA, Romagna medievale cit., pp. 201-2.

 

(46) Della vasta bibliografia riguardante Guiberto citeremo soltanto: G. DOLCINI, Clemente III, antipapa, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXVI, Roma 1982, pp. 181-88; J. ZIESE, Wibert von Ravenna. Der Gegenpapst Clemens III (1084-1100), Stuttgart 1982; I. HEINDRICH, Ravenna unter Erzbischof Wibert (1073-1110). Untersuchungen zur Stellung des Erzbischof und Gegenpapst Clemens III in seiner Metropole, Sigmaringen 1984.

 

(47) Sulla storia generale di questo periodo, cfr. O. CAPITANI, Storia dell'italia medievale (410-1216), Bari 1986, pp. 277-360.

 

(48) P. F. KEHR, Italia pontificia, V, Aemilia, p. 57 n. 188; A. SIMONINI, La Chiesa ravennate. Splendore e tramonto di una metropoli, Ravenna 1964, pp. 269-275; cfr. anche G. M. CANTARELLA, Ecclesiologia e politica nel papato di Pasquale II, Roma 1982.

 

(49) Sulle premesse generali alla nascita del comune nell'Italia centro-settentrionale, cfr. A. I. PINI, Dal comune citt�-stato al comune ente amministrativo, in Storia d'Italia diretta da G. Galasso, vol. IV, Torino 1981, pp. 449-587 (e ora in ID., Citt�, comuni e corporazioni cit., pp. 57-218).

 

(50) A. VASINA, Comune, vescovo e signoria estense dal XII al XV secolo, in Storia di Ferrara, vol. V, Cittadella 1987, pp. 75-127, a p. 106. Cfr. anche G. ORTALLI, Comune e vescovo a Ferrara nel sec. XII: dai �falsi ferraresi� agli statuti del 1173, in �Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo�, 82 (1970), pp. 271-328 e A. VASINA, Ferrara e Ravenna tra Papato e Impero nel XII secolo, in La cattedrale di Ferrara, Ferrara 1982, pp. 179-197.

 

(51) FANTUZZI, III, p. 380 n. 7. Pi� ampio regesto in V. CARRARI, �Storia di Romagna� (ms. alla Biblioteca Classense di Ravenna), ad annum.

 

(52) FANTUZZI, III, p. 380 o. 6; SPRETI, Notizie cit., vol. I, p. 230 n. 12.

 

(53) Sui caratteri peculiari dell'economia di Ravenna in et� comunale e signorile, cfr. A. I. PINI, L'economia �anomala� di Ravenna in un'et� doppiamente di transizione (secc. XI-XIV), in Storia di Ravenna, vol. III cit.

 

(54) Per il documento del 1109 cfr. nota 45. Il doc. del 3 luglio 1115 � edito in VASINA, Romagna medievale cit., pp. 205-6.

 

(55) FANTUZZI, III, p. 381 n. 9.

 

(56) HARTMANN, Zur Geschichte der Z�nfte cit., pp. 30-32.

 

(57) Ibid., p. 32. Capitularius � un altro dei termini dai significati polivalenti. Uno di questi � �esattore di imposte� (J. F. NIERMEYER, Mediae latinitatis lexicon minus, Leiden 1976, p. 136) e si adatterebbe molto bene a chi deve raccogliere quote d'entrata e multe dai soci di una corporazione.

 

(58) I Balbi appaiono nelle carte ravennati almeno dal 1053, quando un Johannes Balbi (un nome che si ripeter� poi spesso nella famiglia) refura beni �de iure ecclesie S. Georgii� (FANTUZZI, V, p. 162). Sulla famiglia notizie, non sempre precise, in SPRETI, Notizie cit., vo1. I, pp. 207-211.

 

(59) FANTUZZI, III, p. 386 n. 42.

 

(60) Ibid., III, p. 389. Il documento precisa che delle 78 parti e mezzo che delle valli spettano (per precedenti acquisti) alla Schola piscatorum i Balbi ne possedevano in proprio 26 parti e mezza.

 

(61) Appendice documentaria, n. 6.

 

(62) FANTUZZI, III, p. 300.

 

(63) Archivio della Casa Matha (ACM), �Memoriale�, p. 131.

 

(64) Ibid., p. 165. La matricola � datata 30 dicembre 1327 che, nello stile comune, corrisponde al 30 dicembre 1326.

 

(65) Cfr. Appendice documentaria, n. 8, dove si parla di una �Schola et ordo domus Caxematte piscatorum de Ravenna�!

 

(66) L. SIMEONI, Un documento del 1111 di un 'ignota corporazione ravennate, in �Rendiconti dell'Accademia delle Scienze dell'istituto di Bologna. Classe di scienze morali�, s. VI (1942-43), pp. 131-141, dove a pp. 139-41 si d� l'edizione del documento. Questo viene riproposto nell'Appendice documentaria, n. 4 con qualche leggera variante e soprattutto con la nuova datazione al 1110 avendo il notaio Ugo adottato, in questo come in altri casi, lo �stile pisano�, come conferma l'anno dell'indizione.

 

(67) Cfr. PINI, Il comune di Ravenna cit., par. 4.

 

(68) Cfr. supra, nota 54.

 

(69) Ci� non esclude che possano esservi stati altri momenti di frizione tra la Schola piscatorum e l�Ordo piscium vendencium. Ed � forse in uno di questi momenti che potrebbe essere sorto, su ispirazione della Schola piscatorum, quell'Ordo piscivendolum Pusterle che appare documentato per la prima volta il 12 dicembre 1119 (Archivio di Stato di Ravenna = ASRa, Regesti Bernicoli, ad annum). Questa corporazione, detta anche �del borgo� perch� attiva nel burgus Ravenne, situato fuori porta Anastasia (o Serrata) nella zona del porto di S. Maria Rotonda (mausoleo di Teoderico), � nuovamente ricordata in data 23 gennaio 1239 (ASRa, S. Vitale, caps. V, VI, n. 24) e per l'ultima volta negli statuti cittadini del 1253 (cit. infra alla nota 93) dove peraltro alla rubrica 330 non si parla neppure pi� di un ordo, ma solo di piscivenduli Burgi.

 

(70) Vedi, ad esempio, Lucio Balbi, che nel 1279 versa un canone �pro Ordine mercati piscium de Ravenna� (ASRa, Classe, vol. Il, p. 2) e nel 1291 � �capitularius schole piscatorum� (ASRa, Porto, 390 B); Pietro Balbi, che nel 1293 � �iudex et sindicus schole piscatorum�, nel 1309 capitularius della stessa schola (ASRa, Porto, 357 B, 67 A, 1030 D) e nel 1298 versa un canone �pro ordine mercati piscium� (ASRa, Classe, vol. 13, c. XVI) e cos� via. Devo questi dati alla cortesia di U. Zaccarini.

 

(71) V. FEDERICI, Regesto di S. Apollinare Nuovo, Roma 1907 (= Regesta Chartarum Italiae, 3), p. 132: �Petimus a te Ambrosio abbate, uti nobis Bulgarello Picitti et Simoni... et Petro Villano et Oddoni de Romanello sacellario, et maioribus Ordinis mercati piscium vendencium, acceptoribus pro nobis et omnibus hominihus maioribus et minoribus predicti Ordinis�.

 

(72) Sar� appena il caso di precisare, ma occorre farlo data la confusione che ancora genera il termine in molti storici locali e no, che il termine platea nei territori ex-bizantini come Ravenna (ma anche Bologna, Ferrara e tutta la Romagna) non significa �piazza�, ma �via percorribile dai carri�, e che pertanto platea maior non � da intendersi come �piazza maggiore� ma come �strada maggiore�, �via principale�. Cfr. S. LAZARD, Grecismi nell'esarcato di Ravenna, in �Studi Romagnoli�, XXXI (1980), pp. 59-74.

 

(73) ASRa, Classe, vol. Il, p. 16.

 

(74) Appendice documentaria, n. 5.

 

(75) Su questa chiesa cfr. G. BOVINI, Un'antica chiesa ravennate: S. Michele in Africisco, in �Felix Ravenna�, fasc. LXII (1953), pp. 5-37.

 

(76) Sull'arcivescovo Tederico, cfr. A. VASINA, L'elezione degli arcivescovi ravennati del sec. XIII nei rapporti con la S. Sede, in �Rivista di storia della Chiesa in Italia�, X (1956), pp. 49-89.

 

(77) In tale guaita, come si � gi� detto (cfr. nota 73), l�Ordo mercati piscium si trasfer� sicuramente soltanto nel 1272.

 

(78) SPRETI, Notizie cit., vol. II, p. 12, rubr. XVIII.

 

(79) ASRa, Classe, vol. 13,c. XVI v.

 

(80) Cfr. PINI, Il comune di Ravenna cit., paragrafi 6 e 7.

 

(81) Lettera del papa Gregorio IX all'arcivescovo ravennate in merito alla scomunica di Federico II, in FANTUZZI, vol. V, pp. 322-23.

 

(82) J. A. AMADESI, In antistitum Ravennatum cronotaxim ab antiquissimae eius ecclesiae exordiis ad haec usque tempora perductam, vol. 3, Faenza 1783, vo1. III, pp. 179 ss.

 

(83) A. TARLAZZI, Appendice ai Monumenti Ravennati dei secoli di mezzo del conte M. Fantuzzi, voll. 2, Ravenna 1872-1874, vol. I, pp. LVII, 130, 134-38; A. TORRE, I Polentani fino al tempo di Dante, Firenze 1966, p. 8.

 

(84) TARLAZZI, vol. II, pp. 45 ss.; RUBEUS, Historiarum Ravennatum cit., p. 405; A. TORRE, Le controversie fra l'arcivescovo di Ravenna e Rimini nel sec. XIII, in �Studi Romagnoli�, II (1951), pp. 333-55, a p. 338.

 

(85) Pi� tardi, nel '600, ci fu addirittura chi volle maliziosamente intendere matha come �matta� e parl� di Domus stulta, facendo notare come i suoi soci fossero stati cos� imprevidenti da disperdere quasi tutto il patrimonio (S. PASOLINI, Lustri ravennati, Bologna 1678, t. VII, 1ib. XIX, p. 31).

 

(86) P. SELLA, Glossario latino-emiliano (�Studi e testi�, 74), Citt� del Vaticano 1937, pp. 63-64.

 

(87) SPRETI, Notizie cit., vo1. I, p. 5.

 

(88) Annales Caesenates, in �Rerum Italicarum scriptores�, vol. XIV, Milano 1729, col. 1097; PETRI CANTINELLI, Chronicon, in RIS, n. ed., XXVIII, II, p. 3; RUBEUS, Historiarum Ravennatum cit., pp. 414 ss.

 

(89) Annales Caesenates cit., col. 1097; F. CROSARA, Federico II e Ravenna, in Atti del Convegno intern. di studi federiciani, Palermo 1952, pp. 255-281; L. SIMEONI, Federico II all'assedio di Faenza, in AMR, III (1939), pp. 164-199, a p. 183.

 

(90) Le case dei Traversari e dei loro principali sostenitori furono distrutte e i materiali in parte riutilizzati per la costruzione di un castrum (C. GIOVANNINI - C. RICCI, Le citt� nella storia d'Italia: Ravenna, Bari 1985, p. 90).

 

(91) RUBEUS, Historiarum Ravennatum cit., pp. 422-23; TARLAZZI, I, p. LXXV.

 

(92) Sull'arcivescovo Filippo da Pistoia, cfr. M. MORGANTE, Filippo da Pistoia, arcivescovo di Ravenna, Ascoli Piceno 1959; P. ROCCA, Filippo, vescovo di Ferrara, arcivescovo di Ravenna nelle grandi vicende del Duecento, Rovigo 1966; A. VASINA, Un arcivescovo ravennate del Duecento: Filippo da Pistoia (1251-1270), in �Rivista di Storia della Chiesa in Italia�, XV (1961), pp. 83-100. Sulla pace del 1253, cfr. A. TORRE, La pace di Romagna del 1253, in AMR, n.s., III (1951-53), pp. 165-80.

 

(93) A. ZOLI - S. BERNICOLI, Statuto del secolo XIII del Comune di Ravenna, Ravenna 1904. Sui motivi che portano a datare questo statuto per la gran parte al 1253 (con aggiunte sino al 1257), cfr. PINI, Il comune di Ravenna cit., nota 326.

 

(94) ZOLI-BERNICOLI, Statuto del secolo XIII, cit., rubr. 327.

 

(95) Ibid., rubr. 329. Molto interessanti anche le rubriche 330 bis (che affida al podest� il compito di investigare sulle societates e conspirationes) e 331 (che affida al podest� il compito di costringere i Ravennati ad assolversi reciprocamente dalle obbligazioni precedentemente giurate).

 

(96) ASRa, S. Vitale, caps. III, fasc. I, n. 21. Non � chiaro se possa esserci qualche rapporto tra questi macellatores e la schola del 1001 (cfr. nota 33).

 

(97) ACM, �Memoriale�, p. 75.

 

(95) SPRETI, Notizie cit., vol. I, p. 241.

 

(99) Ibid., vol. II, p. 59.

 

(100) Archivio Storico Comunale di Ravenna, Cancelleria, n. 528.

 

(101) Sulla dominazione veneta a Ravenna, cfr. W. BARBIANI, La dominazione veneta a Ravenna, Ravenna 1927; Ravenna in et� veneziana, a cura di D. Bolognesi, Ravenna 1986.

 

(102) Appendice documentaria, n. 7.

 

(103) Appendice documentaria, n. 8. Cfr. anche U. ZACCARINI, Casa Matha e dominio ducale veneto di Ravenna. La �donatio bonorum� del 1506 alla Serenissima Repubblica, presentazione del Primo Massaro P. Zampighi (Documenti della Casa Matha, fasc. 2), Ravenna 1990.

 

(104) Appendice documentaria, n. 9. Cfr. ZACCARINI, Casa Matha cit.

 

(105) Attualmente la Casa Matha possiede una tenuta agricola nel comune di Alfonsine e il palazzo in Ravenna dove ha la propria sede (cfr. I. BADESSI, La pesca valliva e una millenaria societ� di pescatori. La �Casa Matha� di Ravenna, Ravenna 1950, p. 8).

 

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